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Home/Storico/anti caccia
Articoli della sezione «anti caccia».
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Pubblicato da Piero il 21/03/2012 alle 15:16:33, in anti caccia, letto 3872 volte
All’isola del Giglio è bello smarrirsi, perdersi passeggiando e guardando un mare stupendo che accarezza le coste, perdersi nei borghi; la chiamano l’isola dei velieri, dove la tradizione del mare si arrampica sulle rocce e sui pendii. Ma questo posto d’incanto nell’Arcipelago Toscano, è il luogo di un efferato bracconaggio tutto l’anno. Pochi giorni fa un gruppo di 20  volontari, coordinati da Piero Liberati, Fondatore di  Vallevegan, ha trascorso qualche giorno nell’isola dedicando notte e giorno all’attività di antibracconaggio. Il campo di quest’anno è stato volutamente definito “didattico” per formare persone che siano capaci di gestire e affrontare campi più impegnativi come quelli di Ponza, Malta, Cipro, le valli bresciane ed il cagliaritano.

VIDEO IN VERSIONE INTEGRALE

 

L’isola del Giglio nasconde un oscuro e  reiterato bracconaggio, fatto di trappole e di strumenti di tortura per piccoli animali che vengono spietatamente uccisi tutto l’anno. Le trappole in questione sono cappi di acciaio nei quali rimangono inesorabilmente bloccati ed uccisi i conigli, addirittura girava voce che il coniglio cacciato di frodo si vendesse illegalmente a 10 euro al chilo! Quindi approfondendo l'informazione ho scoperto che il coniglio selvatico è una "prelibatezza" dell'isola, che molti ristoranti lo hanno nel menu, come il ristorante Da Maria a Giglio Castello, viene anche citato sul sito Borghitalia.it, dove scrivono: "Suggeriamo il coniglio selvatico alla cacciatora, cucinato con pomodoro, spezie che crescono nel fitto della macchia mediterranea e un po’ di peperoncino (www.borghitalia.it/html/borgo_it.php?codice_borgo=545 e link in basso*). Ci sono poi le cosiddette “schiacce”, grandi pietre che vengono posizionate sollevando la sommità con un bastoncino e sotto le quali muoiono schiacciati piccoli roditori e finanche uccelli, attirati da un a piccola esca.; ci sono poi le Sep, piccole trappole con un meccanismo a molla, che sono utilizzate per i passeriformi. Le trappole in Italia sono severamente vietate, sono un metodo non selettivo di cacciare, fuori periodo di caccia soprattutto. Sono stati avvistati anche appostamenti di caccia che non venivano rimossi, quindi presumibilmente utilizzati anche fuori stagione. Chi posiziona  le trappole sono spesso piccoli coltivatori della zona, con regolare permesso di caccia, che si giustificano dichiarando le trappole il metodo migliore per difendere i loro orti; alcuni vigneti dell’isola sono considerati di pregio e assai rari, producono un vino rinomato e spesso il giustificativo all’attività costante di frodo è quello di “proteggere” il vanto dell’isola.

La cosa suona come un sospetto tentativo di dare la spiegazione più banale ad una sporca ed evidente caccia di frodo. Nei giorni di attività le trappole scovate sono state centinaia, decine i conigli trovati morti intrappolati, a volte scheletriti; le trappole infatti vengono posizionate e “dimenticate”. Negli anni la situazione è notevolmente peggiorata, da che se ne trovavano raramente e nell’ordine di un centinaio al giorno, si è passati ad almeno 300, tra cappi, schiacce e sep. La Forestale  ha un presidio fisso sull’isola ma evidentemente non si occupa del bracconaggio; prova ne è la sfacciata presenza di trappole anche visibili dalla strada che vengono ignorate; la Guardia Forestale presidia l'isola senza intervenire in una situazione tanto grave, presidiano ed osservano le attività dei volontari, questa è la realtà. L’antibracconaggio è una attività intensa tutto l’anno, soprattutto nelle piccole isole: Capri, Ponza, le pelagie ed il Giglio, dove la “tradizione” della caccia di frodo è una realtà mai sopita e per la quale i cacciatori-bracconieri diventano aggressivi e pericolosi, arrivando ad aggredire i volontari. Notizia infatti delle ultime ore: un volontario presente sull'isola per un successivo campo antibracconaggio, è stato aggredito da un bracconiere con una pala e portato al Pronto Soccorso, se la caverà con sei giorni di prognosi; in  questo caso la Guardia Forestale è intervenuta, vista la gravità dell'episodio, è chiaro che servano atti criminosi palesemente illegali per far sì che un'Istituzione faccia il suo dovere.

I campi vengono totalmente gestiti da volontari autofinanziati: si acquista materiale per filmare, attrezzature per l’osservazione, ci si paga le spese di vitto ed alloggio. In particolare il campo dell’isola del Giglio è nato proprio da una idea di Piero Liberati e del suo amico attivista Marco Arceri, quando nel 2008 erano alla ricerca di isole che si trovassero su rotte migratorie importanti, il Giglio era un’ isola “vergine” in fatto di attività antibracconaggio; quando Piero e Marco si trovarono sull’isola però si resero conto delle attività di frodo che avvenivano, non nei confronti degli uccelli, ma dei conigli che venivano e vengono cacciati tutt’ora in maniera costante ed illegale.

Dal 2010 al 2011 i campi sull’isola sono stati organizzati da altre associazioni e quest’anno  Vallevegan è tornata al Giglio pensando di trovare una situazione migliorata, visto che la presenza costante dei volontari durante i periodi primaverili era diventata un deterrente per i bracconieri, ha  avuto  purtroppo l’amara sorpresa di rivelare una situazione disastrosa di abbandono e mancanza di attenzione,

Alcuni numeri delle trappole rimosse in 4 giorni di attività, per dare un’idea:


1500 lacci per conigli,  principalmente intorno agli orti;

120 schiacciate per passeriformi, che loro spacciano trappole per roditori, ma sono stati filmati e fotografati uccelli nei pressi delle trappole, ciò rende evidente che le esche servissero per attirare non certo topi;

alcuni lacci per mufloni;

Sep per gli uccelli e  veleno per  topi, ovunque sull’isola.

 

La perplessità nasce laddove tutto ciò avviene addirittura in un Parco Nazionale, del quale per anni è stato presidente Mario Tozzi, il geologo e conduttore televisivo, il quale pur sapendo quale losca attività illecita si consumasse sul suolo del Giglio, non ha mai supportato le attività di antibracconaggio, considerandole forse di poco conto; oltretutto Tozzi possiede anche una casa sull’isola. Adesso da ex presidente del parco grida allo scandalo quando si parla del naufragio della Costa Concordia, affermando che da tempo dichiarava la pericolosità della vicinanza delle navi alle coste. Certo, ora che il mastodontico relitto della Concordia è coricato, accasciato sul fianco di una lussuosa ma derelitta apparenza, là in attesa di essere rimossa, chissà quando, e ricorda le incoscienti quanto inutili “performances” di una società votata al lusso, si grida contro un fenomeno, si urlano i pericolo della fuoriuscita del carburante che potrebbe avvelenare irrimediabilmente il mare circostante. Ma gridare contro l’uccisione di migliaia di animali l’anno, nella più completa illegalità, sul suolo di un Parco protetto, potendo immaginare cosa succede in altri luoghi non canonicamente definiti “parchi”, questo no, non si è mai fatto; indignarsi per il veleno del bracconaggio  no, questo non si è mai fatto. Addirittura ho letto un suo intervento riguardo specie a rischio bracconaggio come l’Orso Marsicano, ma sul bracconaggio sulla sua isola non sono riuscita a trovare nulla. E’ compito allora di gente coraggiosa che affronta anche lo sdegno ed il “fastidio” degli abitanti dell’isola, che urlano ai volontari di vergognarsi, di essere vagabondi, di tornare a casa lasciandoli alle loro illecite attività ed addirittura di finire come gli animali morti nelle trappole. Cosa pensare allora di questa Italia? Che è un’Italia di cacciatori e bracconieri, che praticamente è la stessa cosa; un’Italia dove la legalità è un privilegio e purtroppo non solo per gli umani. Marzo ormai assume il significato dell’inizio di un’altra stagione, chiusa quella della caccia si apre quella del bracconaggio, visto che cacciare 4 mesi l’anno è poco per uno sport tanto divertente!  La caccia è un diritto che viene difeso, anche quando si pratica illegalmente, questo mi viene da pensare. Mi consolo con  l’episodio che Piero Liberati mi ha raccontato del coniglio fortunato scampato ad una trappola e portato in salvo con un taxi in una zona dove potesse tornare libero, e come lui altri conigli e creature che fortunosamente si sono trovate quel giorno nel luogo dove persone coraggiose rinunciavano al sonno per “ripulire” dal degrado un’isola meravigliosa, sporcata dalla crudeltà della caccia.

Per chi volesse contribuire a finanziare i campi antibracconaggio può utilizzare come riferimento il Cabs ( Committee Against Bird Slaughter), organizzazione che si occupa della difesa della fauna selvatica, uccellaggione, ed organizza campi antibracconaggio in tutta Europa, visitando questa pagina http://www.geapress.org/cabs/.

Maria Teresa De Carolis



*
http://www.grey-panthers.it/una-piccola-perla-del-tirreno-lisola-del-giglio-guida-pratica-alberghi-ristoranti-e-sapori-del-territorio/
 
Pubblicato da Piero il 28/06/2011 alle 18:26:02, in anti caccia, letto 3986 volte
La legge imperante non è quella della polizia ma quella, illegale, dei cacciatori ciprioti.
di Giovanni Guadagna, 28 giugno 2011

GEAPRESS – Aggrediti, bastonati e tenuti sotto sequestro per almeno un’ora. Questa la sorte toccata a due nostri connazionali a Cipro, vittime dei bracconieri di piccoli passeriformi. Andrea Rutigliano, responsabile del CABS (Commitee Against Bird Slaughter) e Piero Liberati collaboratore del CABS e fondatore di ValleVegan, sono stati aggrediti nel tentativo di costringerli a salire nelle macchine dei bracconieri. La Polizia ha tardato, e quando sopraggiunta ha chiesto i documenti ai nostri connazionali ed accompagnato a casa i bracconieri. Un comportamento vergognoso ma che testimonia il clima di tollerranza, per non dire connivenza, delle autorità locali greco cipriote.

Guarda questo durissimo video della TV nazionale tedesca RTL, sottotitolato in italiano:



In queste ore gli avvocati tedeschi del CABS (l’Associazione tedesca che ha sede in molti paesi, tra cui l’Italia) hanno formalizzato la denuncia direttamente alla Magistratura di Cipro, saltando, cioè, le autorità di Polizia. I reati ipotizzati sono aggressione aggravata, sequestro di persona, minacce.

I fatti sono accaduti a fine aprile nel distretto di Paralimni. Andrea Rutigliano e Piero Liberati, stavano accompagnando una troupe della tv tedesca per filmare un impianto di cattura con reti da uccellagione ed i bastoncini con il vischio. La colla, cioè, che cattura i piccoli uccelli da destinare ai ristoratori di Cipro. Erano in aperta campagna quando dalle case sono stati notati da quello che verosimilmente era il proprietario dell’impianto. L’uomo ha iniziato subito a schermirli con un bastone, avvicinandosi ed inveendo contro di loro.

Il tipo – dice Andrea Rutigliano a GeaPress – ha poi detto che stava chiamando la Polizia, ma il tutto risultava poco credibile. Pochi minuti dopo sono arrivati dei suoi amici a bordo di un pick up“.

A questo punto le cose si mettono male (vedi video). Il pick up, appena notati i due volontari, punta diritto su di loro tentando di investirli. Il servizio della tv tedesca, nella parte finale del video allegato, mostra solo una parte di quello che è successo.

Ci siamo trovati circondati da quattro energumeni – dice a GeaPress Piero Liberati – prima hanno aggredito Andrea. Lo hanno preso per il collo e per la testa cercando di spingerlo dentro la macchina. Poi si sono rivolti a me, riservandomi lo stesso trattamento. Stringevano sul collo e con forza. Non è stato possibile per almeno un’ora allontanarci dal posto. Ci hanno tenuto bloccati, minacciandoci“.

Tra di loro, i bracconieri, si chiamano “cumpari“, come se si fosse in Sicilia. Quel giorno era un susseguirsi di grida di “cumpari, cumpari“. Gente che apparentemente sembrava uscita di testa, ma che in effetti era molto sicura di quello che faceva. Mentre alcuni bracconieri bloccavano Andrea e Piero, altri si rivolgano alla troupe tedesca. Volevano i nastri.

In tutto questo caos eravamo riusciti a chiamare la Polizia – aggiunge Rutigliano – C’erano state altre aggressioni, come nel campo del CABS del 2010“. Andrea, in quel caso, era stato picchiato ma l’anno successivo era di nuovo a Cipro, a Paralimni.

Quest’anno il CABS aveva organizzato il campo, volendo segnalare i bracconieri alla polizia locale. Ben quattro corpi di polizia, alcuni dei quali preposti al controllo di cacciatori e bracconieri. Ben trenta segnalazioni in pochi giorni, senza ricevere, però, alcuna risposta soddisfacente. Tempo perso, meglio iniziare subito la raccolta dei bastoncini invischiati. I volontari perlustrano armati di uno spruzzino pieno d’acqua e sapone.

Ai bracconieri il vischio conviene. L’uccellino viene raccolto ancora vivo dopo numerose ore di tremenda agonia a testa in giù. I volontari, una volta notati gli animali penzoloni, li raccolgono delicatamente ed iniziano a spruzzare la saponata che funge da solvente. Cercano di tirare, con tutta la delicatezza possibile, gli uccellini nella trappola di colla. Riescono, così, a staccarli dalla morsa mortale. Ma non sempre la trappola è rinvenuta in tempo. Se non già morti, in alcuni casi si ritrovano moribondi, con il corpo tutto impiastricciato dalla colla.

Ad essere particolarmente cacciata è la capinera, ma a rimanere nel vischio sono decine di altre specie di uccelli, tra cui gruccioni, tortore ed a volte piccoli rapaci. Il totale stimato è di non meno 800.000 animali che in pochi giorni di migrazione primaverile, perdono la vita a Cipro.

Ma l’isola divisa a metà, tra greco e turco ciprioti, sembra andare per la sua strada. Almeno nella parte greca dove particolarmente diffuso è il fenomeno dell’uccellagione. Cipro, infatti, è un’isola in vendita. I “for sale” delle casette multiproprietà tutte eguali fra loro, costruite fin dentro le baie remote ed un tempo incontaminate, sono comuni come i bastoncini invischiati. Qualcuno si sta arricchendo con la speculazione voluta dalle bramosie dei fondi di investimento internazionali. Molti di più, invece, i ciprioti in cerca di occupazione. L’uccellino da vendere ai ristoranti locali, costituisce una integrazione. Dietro le cacce di tradizione, vi è sempre, oggi, una speculazione economica. Possono essere i fringillidi della polenta ed osei o i Pillonis de Taccula del cagliaritano.

Anche a Cipro gli uccellini finiscono ogni anno nei ristoranti, appena soffritti e poi sbollentati. Alcuni li mangiano interi, testa (con l’eccezione del becco che viene spezzato) ed intestini compresi. Poi ci sono quelli in salamoia. Si chiamano ambelopoulia ed il campione di gara culinaria è un noto politico di Cipro. Non è l’unico caso di manifesta connivenza, tanto che le prime campagne anti bracconaggio con la partecipazione di stranieri, furono boicottate da noti personaggi al grido di “via il turco“. E’ lo straniero, ovvero l’eterno nemico del nord del paese, che serve a distrarre tutti, mentre una cerchia ristretta di privilegiati greco ciprioti si sta svendendo l’isola sotto colate di cemento.

A Cipro, con l’uccellagione, la situazione non è sfuggita di mano, piuttosto è sempre stata così. Le responsabilità della Polizia sono gravissime ed i campisti anti bracconaggio hanno più volte denunciato. Dalle pattuglie appositamente chiamate che non intervengono a due passi dai richiami elettroacustici accesi, ai poliziotti che si mettono a parlare con i bracconieri. Ci sono poi quelli che non ne possono più ed infine sbottano contro i bracconieri prendendosela con loro solo perchè ci sono i tedeschi (ovvero i volontari del CABS) e per oggi devono finirla. Infine quelli che identificano i nostri connazionali aggrediti, lasciando in pace i responsabili. Quest’anno parrebbe, però, essersi interessato il locale Ministero dell’Ambiente.

Il problema dell’uccellagione è diffuso in tutta la parte greco cipriota dell’isola. Quella di Cipro è un’altra adesione a convenienza nell’Unione Europea che dovrebbe imporsi per fare rispettare le sue Direttive che riguardano la protezione della fauna.

Tutto perso? No, dicono al CABS. “A Cipro ci sono associazioni molto attive, come BirdLife international, Friends of the Earth e Terra Cypria. Lavoriamo molto con loro, cercando di tessere un sistema collaborativo sia con i Ministeri che con le Forze di Polizia“. I volontari ciprioti devono combattere una realtà soverchiante, situazione del resto comune anche in molti altri posti del mediterraneo. Ora pure il vischio. Quest’anno è comparso a Ponza mentre proprio ieri le Guardie dell’ANPANA lo hanno sequestrato ad un bracconiere romagnolo.

Maggiori informazioni:
GEAPRESS
CABS
VALLEVEGAN
 
Pubblicato da Piero il 06/05/2011 alle 15:42:27, in anti caccia, letto 4047 volte

Si credeva che Ponza fosse ormai un capitolo chiuso del bracconaggio, con solo qualche ultimo trappolatore recidivo. Nessuno si sarebbe aspettato che il campo di LAC e CABS quest’anno avrebbe portato a risultati tanto importanti e a situazioni di tale tensione.

Le attività antibracconaggio iniziano con un primo sopralluogo del CABS a inizio aprile che conduce alla denuncia di due trappolatori ponzesi e a scoprire finalmente l’inghippo delle trappoline sulla Piana d’Incenso: da un decennio i volontari rinvengono segni di trappolaggio in questo angolo naturale dell’isola, eppure mai fino ad ora si è sorpreso nessuno in attività di bracconaggio, né si sono mai rinvenute le trappoline posizionate.

Ora il quesito è risolto: i bracconieri trappolano ogni giorno sulla Piana e sono anche una decina di persone, se non di più, ma lo fanno per poche ore durante la giornata, quando hanno la certezza che né i volontari, né la forestale si trovino sulla Piana! Durante questo primo sopralluogo 3 trappolatori vengono infatti fotografati e filmati mentre spennano i piccoli uccelli catturati e raccolgono le trappole a fine giornata.

La LAC e il CABS decidono così di organizzare un campo antibracconaggio per il resto della primavera presidiando l'isola con turni di 6 volontari, in modo da coprire il periodo di picco della migrazione: non solo bisogna inibire il trappolaggio sulla Piana d’Incenso, ma anche occuparla fisicamente per evitare che i cacciatori-bracconieri imperversino con il fucile contro tortore e quaglie.


Le luci dell'alba del primo giorno di campo illuminano così le facce sbigottite di 12 cacciatori, sorpresi dall'arrivo improvviso dei volontari. Nonostante il fuggi fuggi generale, uno di essi è fotografato e viene deferito all'autorità giudiziaria per caccia in periodo di divieto. Nei due giorni successivi, mentre un team della LAC presidia costantemente la Piana per evitare il ripetersi di episodi di bracconaggio, un secondo gruppo, accompagnato da una guardia venatoria volontaria dell'associazione, si sistema nei pressi di un punto dove vengono da anni sistemate altre trappoline. Bastano poche ore di appostamento per sorprendere il bracconiere, anche egli fotografato e denunciato. Come se non bastasse il giorno successivo un secondo bracconiere si presenta sul posto, sempre con le sue trappole: anche egli, un giovane cacciatore, è prima fotografato e poi riconosciuto; quando però gli si intima l'alt, se la dà a gambe e si rifugia a casa, da dove infine spara due colpi di fucile a fini intimidatori.

Nei giorni successivi i cacciatori sembrano rinunciare a sparare; ciononostante un richiamo elettronico col verso della quaglia è localizzato e distrutto dai volontari: serviva a “convincere” le quaglie in migrazione notturna a fermarsi nei pressi dei siti di bracconaggio.



Il 28 aprile interviene infine la Forestale di Latina: durante una perlustrazione delle isole pontine sbarca su Ponza con l'elicottero, sorprendendo un trappolatore in attività sulla piana d'Incenso: 27 trappoline sono sequestrate, tutte piene di stiaccini, morti o gravemente feriti alle ali dalla morsa della tagliola. Sebbene il trappolatore se la dia a gambe, la Forestale è certa di poter rintracciarlo facilmente

Ma la scelleratezza dei cacciatori non finisce qui. Ancora il 29 aprile, appena dopo l'operazione di polizia, numerosi colpi vengono sparati su Ponza e un gruppo di cacciatori minaccia i volontari con i bastoni, intimandogli di abbandonare l'isola.

La situazione diventa tesa il 3 maggio, quando un team di volontari (un fotografo norvegese, una ragazza e un giovane) vengono affrontati da 5 bracconieri incappucciati e muniti di bastoni. Due di loro finiscono all’ospedale con escoriazioni, contusioni e sospetto trauma cranico, ma gli aggressori sono tutti riconosciuti e uno di essi è immediatamente fermato dai Carabinieri, mentre tenta di fuggire in macchina.


L’avvenimento, che getta forte discredito sull’isola, viene ripreso dai giornali locali e regionali, mentre l’assessore al turismo dell’isola, Maria Pagano, si shciera dalla parte dei volontari, dicendo: “Le istituzioni locali sono al fianco dei volontari della Lega Anticaccia e del Committe Against Bird Slaughter vilmente aggrediti sulla nostra isola. Fanno parte della nostra famiglia e chi tocca loro offende il Comune intero. Alcuni di loro provengono dalla Germania e dall'Inghilterra e credono fermamente nella missione naturalistica che svolgono. E’ assurdo che l’esercizio di questa missione altamente civile sia ora un problema addirittura per la loro incolumità fisica qui a Ponza. Oltre alla bellezza del mare e delle coste, la flora e la fauna dell’arcipelago ponziano rappresentano il fiore all’occhiello della nostra offerta turistica. Il comune di Ponza, di concerto con la Guardia Forestale e lo specifico nucleo antibracconaggio terrà alta la guardia contro ogni forma di violenza ed illegalità”

Sembrerebbe di poter sperare che a questo punto i cacciatori-bracconieri decidano di battere in ritirata, ma non è così: ancora il 5 maggio nuovi spari echeggiano dalla Piana d’Incenso, mentre nei pressi del punto in cui è parcheggiato l’elicottero della Forestale, viene appiccato un piccolo incendio, a scopo intimidatorio, che brucia 1.500 metri quadrati.


Il 6 maggio è inaugurato con un nuovo caso di minacce: non appena i volontari lasciano l’autobus che li accompagna ai piedi della Piana alle 4.30 del mattino, quattro macchine si mettono in movimento e li seguono, cercando di avvicinarli. Solo il pronto intervento dei Carabinieri riesce a disperdere i potenziali aggressori.

Il campo continua nonostante tutto: le ore di presidio sulla Piana sono state svolte regolarmente, ora anche con la compagnia del maresciallo dei Carabinieri di Ponza. Ma la sull'isola stanotte si sentiva ancora un richiamo elettromagnetico per quaglie...
 
Pubblicato da Piero il 06/04/2011 alle 13:53:04, in anti caccia, letto 2826 volte

CABS teams active on the Italian Pontine Island of Ponza in the Tyrrhenian Sea (01.04.2011)

The first migrant bird protection camp of 2011 began today 1 April. Italian CABS members and their colleagues from our partner organisation LAC will conduct anti-poaching operations on the small Mediterranean island until 15 May. Their aim is to curb migrant poaching with snap traps that are used to catch above all Robins, Wheatears and Redstarts. In addition the teams will occupy popular hunting areas before dawn and thus prevent the illegal shooting of Turtle Dove, Quail and other migrant species. The operation is planned and conducted in close cooperation with the responsible law enforcement agencies.

More information on our spring camps on the south Italian islands can be found here 
 
Pubblicato da Piero il 28/03/2011 alle 10:57:50, in anti caccia, letto 2570 volte




Seconda serata: BRACCONAGGIO NEL MEDITERRANEO

Operazioni e volontariato antibracconaggio in Italia, Malta e Cipro.
Chi, come e dove si combatte il massacro di milioni di migratori.

Dalle 21,00 interventi, video, immagini. Buffet vegan benefit per le campagne antibracconaggio.

Musica MASS-MISTY LANE DjSet

Sabato 2 aprile 2011, un evento a cura di CABS Committee Against Bird Slaughter, LAC Lega per l'Abolizione Caccia ONLUS e Fondazione Vallevegan.

In collaborazione con il Jarmusch Club, via C.Battisti n.72, Caserta.

Altre informazioni:

www.komitee.de

www.abolizionecaccia.it
www.vallevegan.org

 
 
Pubblicato da Piero il 22/03/2011 alle 11:37:03, in anti caccia, letto 1856 volte




BRACCONAGGIO NEL MEDITERRANEO

Operazioni e volontariato antibracconaggio in Italia, Malta e Cipro.
Chi, come e dove si combatte il massacro di milioni di migratori.

Dalle 19,30 interventi, video, immagini. Buffet vegan benefit per le campagne antibracconaggio.

Venerdi 1 aprile 2011, un evento a cura di CABS Committee Against Bird Slaughter, LAC Lega per l'Abolizione Caccia ONLUS e Fondazione Vallevegan.

In collaborazione con la Città dell'Altra Economia.

Altre informazioni:

www.komitee.de

www.abolizionecaccia.it
www.vallevegan.org
 
Pubblicato da Piero il 05/03/2011 alle 10:32:27, in anti caccia, letto 2126 volte
Inseriamo qui il reportage di Jonathan Franzen, uno dei più importanti scrittori contemporanei statunitensi, pubblicato su "The New Yorker". Franzen ha raccolto con noi dal vivo, sul campo contro i bracconieri, tutte le informazioni del suo testo. Ha seguito noi volontari fino a Cipro dove, leggerete, abbiamo rischiato letteralmente la pelle. Questa è la traduzione poi diffusa su "Internazionale".




CIELI SILENZIOSI
di Jonathan Franzen, The New Yorker, Stati Uniti
.


Ogni anno migliaia di uccelli migratori che transitano nel bacino del Mediterraneo vengono uccisi da cacciatori e bracconieri. In Italia, a Cipro e a Malta si consuma una carneficina che sta svuotando i cieli europei.




Negli ultimi anni, l’angolo sudorientale della Repubblica di Cipro ha subìto un forte sviluppo edilizio grazie al turismo. Grandi alberghi di media altezza, specializzati in pacchetti vacanza per tedeschi e russi, si affacciano su spiagge occupate da file ordinate di lettini e ombrelloni, e il Mediterraneo non potrebbe essere più azzurro di così. Si può trascorrere una settimana molto piacevole da queste parti, guidando su strade moderne e bevendo la buona birra locale, senza sospettare che in questa regione è in corso il più grande sterminio di uccelli canori di tutta l’Unione europea.

L’ultimo giorno di aprile del 2010 vado nella ricca cittadina turistica di Protaras per incontrare quattro membri di un’organizzazione tedesca per la protezione degli uccelli, il Committee against bird slaughter (Cabs), che organizza campi di volontariato stagionali nei paesi del Mediterraneo. Dato che a Cipro l’alta stagione per la cattura degli uccelli canori è l’autunno, quando i migratori diretti a sud hanno accumulato un bel po’ di grasso dopo un’estate trascorsa a banchettare al nord, sono preoccupato di non riuscire a vedere nessun bracconiere in azione, e invece il primo frutteto in cui entriamo, di fianco a una strada trafficata, è pieno di bastoncini di vischio: stecchi di settanta centimetri, rivestiti di una sostanza collosa ricavata dalle prugne, e disposti ad arte, come invitanti posatoi, tra i rami degli alberi bassi. Gli attivisti del Cabs, guidati da un giovane italiano magro e barbuto di nome Andrea Rutigliano, si sparpagliano nel frutteto, tirano giù i bastoncini, li rigirano nella terra per togliere la colla e li spezzano in due. Su tutti i bastoncini c’è attaccata qualche piuma. Su un albero di limoni troviamo un maschio di balia dal collare appeso a testa in giù. Sembra un frutto. Ha la coda, le zampe e le ali bianche e nere immobilizzate dalla colla. Mentre l’animale si contorce e gira invano la testa, Rutigliano lo filma da diverse angolazioni, e un volontario italiano più anziano, Dino Mensi, gli scatta alcune foto. “Le foto sono importanti”, dice Alex Heyd, un tedesco dall’aria giudiziosa, segretario generale dell’organizzazione, “perché la guerra si vince sui giornali, non sul campo”.

I due italiani si mettono al lavoro sotto il sole rovente per liberare la balia dal collare, scollando delicatamente le penne una per una, spruzzando piccole quantità di sapone diluito per ammorbidire la colla che resiste, e trasalendo ogni volta che una penna va perduta. Poi Rutigliano rimuove con cura la colla dalle zampine dell’uccello. “Bisogna togliere ogni minima traccia di vischio”, dice. “Il primo anno che facevo questo lavoro ne ho lasciato un po’ sulla zampa di un uccello, e l’ho visto volar via e restare di nuovo attaccato. Mi è toccato arrampicarmi sull’albero”. Rutigliano mi mette la balia dal collare nelle mani, io le apro e l’uccello vola via nel frutteto, riprendendo il suo viaggio verso nord.

Siamo circondati dal rumore del traffico, oltre che da campi di meloni e da complessi residenziali e alberghieri. David Conlin, un veterano dell’esercito britannico, butta tra le erbacce un fascio di bastoncini ormai inoffensivi e dice: “È pazzesco: dovunque ti fermi trovi questi affari”. Guardo Rutigliano e Mensi liberare un altro uccello, un luì verde, una graziosa creaturina con la gola gialla. Vedere così da vicino una specie che di solito richiede complicate manovre con il binocolo per essere osservata mi suscita un certo disagio. Un vero e proprio senso di frustrazione. Mi vien voglia di dire, al luì verde, quello che diceva san Francesco d’Assisi di fronte a un animale selvatico catturato: “Perché ti sei fatto acchiappare?”.

Mentre usciamo dal frutteto, Rutigliano suggerisce a Heyd di indossare la maglietta del Cabs alla rovescia, in modo che la gente ci scambi per normali turisti a passeggio. A Cipro è consentito entrare in qualsiasi terreno privato non recintato, e l’uccellagione è reato penale dal 1974, eppure mi sembra di compiere un’azione violenta e forse anche pericolosa. La squadra del Cabs, in tenuta nera e grigioverde, somiglia più a un commando che a un gruppo di turisti. Una donna del posto, forse la proprietaria del frutteto, ci guarda impassibile mentre ci inoltriamo nella campagna lungo una strada di terra battuta. Poi veniamo sorpassati da un uomo a bordo di un pick-up, e la squadra, sospettando che stia andando a tirar giù le sue trappole, lo segue di buon passo.

Nel cortile dietro la casa di quell’uomo troviamo due paia di tubi di metallo lunghi sei metri, appoggiati in parallelo a due sedie da giardino: una piccola fabbrica di bastoncini di vischio, di quelle che possono fruttare buoni guadagni ai ciprioti, soprattutto agli anziani che conoscono il mestiere. “Li costruisce e ne tiene qualcuno per sé”, dice Rutigliano. Lui e gli altri gironzolano sfacciatamente intorno al pollaio e alle gabbie dei conigli, staccando qualche bastoncino e posandolo sui tubi. Poi entriamo in un altro giardino, salendo su per una collina e poi scendendo di nuovo, in un frutteto attraversato da tubi d’irrigazione e pieno di uccelli intrappolati. “Questo giardino è un disastro!”, dice Mensi, che parla solo italiano.

Una capinera femmina, con la coda quasi completamente strappata, è attaccata non solo per le zampe e le ali, ma anche per il becco, che si spalanca appena Rutigliano lo scolla; l’uccello comincia a strillare furiosamente. Dopo averlo liberato, Rutigliano gli spruzza un po’ d’acqua dentro il becco e lo posa a terra. La capinera cade in avanti e si dibatte pietosamente, cacciando la testa nel fango. “È rimasta appesa così a lungo che si è stirata i muscoli delle zampe”, dice Rutigliano. “Stanotte la terremo con noi, e domani sarà in grado di volare”.
“Anche senza coda?”, gli chiedo.
“Certo”.
Raccoglie la capinera e la infila in una tasca esterna dello zaino.

La capinera è uno dei silvidi più comuni d’Europa, oltre che un piatto tradizionale di Cipro, dove è nota con il nome di ambelopoulia. È la vittima principale degli uccellatori ciprioti, ma la cattura accidentale di altre specie raggiunge proporzioni enormi: uccelli rari come le averle, altri silvidi, e specie più grandi come i cuculi e i rigogoli, perfino piccoli gufi e falchi. Nel secondo frutteto, attaccati ai bastoncini troviamo cinque balie dal collare, un passero e un pigliamosche (un tempo molto diffuso, oggi sempre più raro in quasi tutta l’Europa settentrionale), insieme ad altre tre capinere. Dopo averli liberati, gli uomini della squadra discutono animatamente sul numero di bastoncini trovati sul posto, e decidono per cinquantanove.

Addentrandoci ancora un po’ nell’entroterra, in un boschetto secco e pieno d’erbacce con vista sul mare azzurro e sugli archi dorati di un nuovo McDonald’s, troviamo un bastoncino con un uccello appeso, ancora vivo. È un usignolo maggiore, una specie dal piumaggio grigio che in passato ho visto solo una volta. È completamente invischiato e ha un’ala rotta. “La frattura è tra due ossa, non si può rimarginare”, dice Rutigliano palpando l’articolazione sotto le piume. “Purtroppo dobbiamo ucciderlo”.

Il bastoncino che ha intrappolato l’usignolo maggiore dev’essere sfuggito all’uccellatore che stamattina è venuto a recuperare gli altri. Mentre Heyd e Conlin discutono se domani sia il caso di alzarsi prima dell’alba per “tendere un’imboscata” all’uccellatore, Rutigliano accarezza la testa dell’usignolo. “È così bello”, dice come un bambino. “Non posso ucciderlo”.
“Che facciamo?”, dice Heyd.
“Magari diamogli la possibilità di saltellare un po’ in giro e morire per conto suo”.
“Mi sembra un’ipotesi improbabile”, dice Heyd.

Rutigliano poggia a terra l’usignolo e lo guarda zampettare, più come un topo che come un uccello, fin sotto un piccolo cespuglio spinoso. “Magari tra qualche ora camminerà meglio”, dice, poco realisticamente.
“Vuoi lasciare a me la decisione?”, dice Heyd.
Rutigliano, senza rispondere, si avvia su per la collina ed esce dalla visuale.
“Dov’è andato?”, mi chiede Heyd.

Gli indico il cespuglio. Heyd ci infila dentro le mani da due lati, cattura l’uccello, lo tira su con delicatezza e alza lo sguardo verso me e Conlin. “Siamo d’accordo?”, chiede in tedesco. Io annuisco, e Heyd, con una torsione del polso, spezza il collo all’usignolo. Il sole ha occupato tutto il cielo, ammazzando l’azzurro con il suo biancore. Mentre perlustriamo il boschetto in cerca di un punto dove tendere l’agguato, non sappiamo già più da quante ore siamo in cammino. Ogni volta che vediamo un cipriota in un campo o a bordo di un furgone, dobbiamo abbassarci e tornare indietro tra le pietre e i cardi che bucano i calzoni. Qualcuno potrebbe avvisare il proprietario del terreno dove si trovano le trappole. Non ci sono mine su questa collina, la posta in gioco non è altro che la vita di qualche uccello, eppure la torrida immobilità evoca un’atmosfera minacciosa da tempo di guerra.

L’uccellagione con i bastoncini di vischio è una tradizione diffusa a Cipro almeno dal cinquecento. Gli uccelli migratori rappresentavano un’importante fonte stagionale di proteine nelle campagne, e i ciprioti anziani ricordano che le madri li mandavano nell’orto con il compito di catturare qualcosa per la cena. Negli ultimi decenni l’ambelopoulia è diventata popolare tra i ciprioti benestanti e urbanizzati come una specie di prelibatezza nostalgica: un barattolo di uccelli in salamoia può diventare un regalo per un amico, un vassoio di uccelli fritti si può ordinare al ristorante per un’occasione speciale. A metà degli anni novanta, vent’anni dopo che il paese aveva messo al bando tutte le forme di uccellagione, venivano uccisi dieci milioni di uccelli canori all’anno. Per andare incontro alle richieste dei ristoranti, l’uccellagione tradizionale con i bastoncini di vischio era stata incrementata dall’uso di reti su vasta scala, e il governo cipriota, che stava cercando di darsi una regolata per essere ammesso nell’Unione europea, usò la mano pesante con gli uccellatori. Nel 2006 il numero di volatili catturati in un anno era sceso a circa un milione.

Negli ultimi anni, tuttavia, da quando Cipro si è comodamente sistemata all’interno dell’Unione, nei ristoranti sono ricomparsi i cartelli che reclamizzano l’illegale ambelopoulia, e le aree infestate dalle trappole sono in aumento. Nel 2010 la lobby della caccia cipriota, che rappresenta i cinquantamila cacciatori della repubblica, ha proposto due disegni di legge per indebolire la normativa antibracconaggio. Il primo ridurrebbe l’uso dei bastoncini di vischio a reato minore, il secondo depenalizzerebbe l’impiego di richiami elettronici per uccelli.

Dai sondaggi emerge che la maggior parte dei ciprioti, pur disapprovando l’uccellagione, non la considera una questione importante e molti amano mangiare l’ambelopoulia. Quando il Game fund (che riunisce i guardacaccia locali) ha organizzato incursioni nei ristoranti dove si servivano gli uccellini, le cronache dei giornali sono state molto ostili, a cominciare dalla storia di una donna incinta che si è vista strappare di mano il piatto al ristorante.

“Qui il cibo è sacro”, mi dice Martin Hellicar, il coordinatore delle campagne di BirdLife Cipro, un’organizzazione locale più contraria del Cabs a questo tipo di provocazioni. “Non credo che qualcuno verrà mai condannato per aver mangiato l’ambelopoulia”.

Io e Hellicar abbiamo trascorso una giornata a visitare i siti di trappolaggio nell’angolo sudorientale del paese. Ogni piccolo uliveto può essere usato per piazzare le reti, ma i siti più grandi si trovano nelle piantagioni di acacie, una specie esotica che non ci sarebbe motivo di irrigare se non fosse usata dagli uccellatori. Queste piantagioni sono dappertutto. Lunghe passatoie di moquette dozzinale corrono per terra, tra le file di acacie; centinaia di metri di rete invisibile vengono tesi tra pali solitamente piantati dentro vecchi copertoni riempiti di cemento; poi, di notte, si attivano a tutto volume i richiami che spingono i migratori a venire a riposarsi tra le acacie rigogliose. Alle prime luci dell’alba, i bracconieri tirano manciate di ghiaia per spaventare gli uccelli e farli volare verso le reti (un segno rivelatore della presenza di trappole è un mucchio di ghiaia abbandonato sul ciglio della strada). Poiché i bracconieri credono che liberare le prede porti sfortuna al sito, gli uccelli non commerciabili vengono fatti a pezzi e abbandonati a terra, oppure lasciati a morire nelle reti. Quelli commerciabili possono rendere fino a cinque euro l’uno, e un buon sito può fruttare anche più di mille uccelli al giorno.

A Cipro la zona peggiore per il bracconaggio è la base militare britannica di capo Pyla. Gli inglesi saranno anche il popolo europeo che ama di più gli uccelli, ma la base, che affitta i suoi poligoni di tiro agli agricoltori ciprioti, si trova in una posizione diplomatica delicata. Dopo una recente operazione dell’esercito britannico per far rispettare la legge, alcuni ciprioti infuriati hanno staccato ventidue cartelli della Sovereign base area. Fuori dalla base, la legge è poco rispettata, per motivi logistici e politici. I bracconieri hanno vedette e guardie notturne, e hanno imparato a costruire piccoli capanni nei siti di trappolaggio. Gli agenti del Game fund, infatti, sono obbligati a richiedere un mandato per perquisire qualunque “domicilio”, e nel frattempo i bracconieri hanno il tempo di tirare giù le reti e nascondere i dispositivi elettronici. Dato che alcuni bracconieri sono ormai dei veri e propri criminali, gli agenti hanno anche paura di aggressioni. “Il problema più grave è che a Cipro nessuno, neppure i politici, dichiara che mangiare l’ambelopoulia è sbagliato”, mi dice il direttore del Game fund, Pantelis Hadjigerou. Anzi, il detentore del primato per il maggior numero di ambelopoulia consumate in un solo pasto (cinquantaquattro) è un popolare uomo politico della regione settentrionale del paese.

“L’ideale sarebbe trovare un personaggio famoso disposto a dichiarare: ‘Io non mangio l’ambelopoulia, lo considero sbagliato’”, dice la direttrice di BirdLife Cipro, Claire Papazoglou. “Ma qui vige una specie di patto per cui le cose brutte che succedono devono rimanere sull’isola, perché non possiamo fare brutta figura davanti al resto del mondo”.

“Prima che Cipro entrasse nell’Unione europea”, mi ha detto Hellicar, “gli uccellatori avevano assicurato che avrebbero rallentato un po’. Oggi, per i ragazzi di diciotto o diciannove anni, il bracconaggio è una forma di machismo patriottico. Un simbolo della resistenza al Grande Fratello Ue”.

A me, però, la cosa che sembra davvero orwelliana è la politica cipriota. Sono passati trentasei anni da quando la Turchia ha occupato il nord dell’isola, e da allora il sud di etnia greca ha raggiunto un notevole benessere, eppure i notiziari nazionali sono ancora dominati, sette giorni su sette, dal Problema di Cipro. “Ogni altra questione passa in secondo piano, tutto il resto è irrilevante”, mi spiega l’antropologo sociale cipriota Yiannis Papadakis. “Loro dicono: ‘Come osate denunciarci alla corte europea per questa stupidaggine degli uccelli? Noi denunciamo la Turchia!’. Non c’è mai stato un dibattito serio sull’ingresso nell’Unione europea: era semplicemente il mezzo con cui avremmo risolto il Problema di Cipro”. Il più importante strumento di tutela della fauna aviaria dell’Unione europea è la storica direttiva del 1979 che impone agli stati membri di proteggere tutte le specie europee e di salvaguardarne l’habitat. Da quando è entrata a far parte dell’Unione, nel 2004, Cipro ha ricevuto numerosi richiami della Commissione europea per le violazioni della direttiva, ma finora ha sempre evitato sentenze e multe. La commissione preferisce non interferire con l’applicazione delle leggi all’interno di uno stato membro, se sulla carta la legislazione ambientale di quello stato risulta in linea con la direttiva.

Il partito al governo, che si definisce comunista, appoggia con entusiasmo l’edilizia privata. Il ministero del turismo sta sollecitando progetti per la realizzazione di quattordici nuovi complessi residenziali con campi da golf (l’isola attualmente ne ha tre), anche se le riserve di acqua potabile del paese sono molto limitate. Chiunque possieda un terreno raggiungibile da una strada può edificarlo. Di conseguenza la campagna è molto frammentata. Ho visitato quattro delle riserve naturali più importanti della zona sudorientale, in teoria sottoposte alla speciale protezione della normativa europea, e le ho trovate tutte in condizioni deprimenti.

Il grande lago stagionale di Paralimni, per esempio, vicino alla zona che ho perlustrato con i membri del Cabs, è una rumorosa conca di polvere occupata da un poligono di tiro abusivo e da una pista di motocross abusiva, cosparsa di bossoli di cartucce e disseminata di macerie, elettrodomestici in disuso e rifiuti domestici.

Eppure gli uccelli continuano a venire a Cipro: non hanno scelta. Più tardi, tornando in paese sotto un cielo un po’ meno bianco, la pattuglia del Cabs si ferma ad ammirare uno zigolo testanera, un gioiello color oro, nero e castano, che canta sopra un cespuglio. Per un momento la tensione cala, e torniamo a essere semplici birdwatcher che esclamano ciascuno nella propria lingua.

“Ah, che bello!”.
“Fantastico!”.
“Unglaublich schön!”.

Prima di tornarcene a casa, Rutigliano vuole fare un’ultima tappa in un frutteto dove l’anno scorso un volontario del Cabs è stato aggredito dagli uccellatori. Mentre la nostra auto a noleggio svolta per lasciare la strada principale e imboccare una pista sterrata, ci viene incontro un pick-up rosso a quattro posti, e il conducente fa il gesto di tagliarci la gola. Dopo che il pick-up è uscito sulla strada, due passeggeri si sporgono fuori dai finestrini e ci mostrano il dito medio.

Heyd, il tedesco giudizioso, vuole fare dietrofront e andarsene subito, ma gli altri obiettano che il pick-up sicuramente non tornerà indietro. Proseguiamo fino al frutteto, dove le trappole hanno catturato quattro balie dal collare e un luì verde che non riesce ad alzarsi in volo. Rutigliano me lo consegna, dicendomi di metterlo nello zaino. Una volta distrutti tutti i bastoncini di vischio, Heyd, in tono più nervoso, ci esorta di nuovo ad andarcene. Ma un po’ più lontano c’è un altro boschetto che i due italiani vogliono perlustrare. “Non ho brutti presentimenti”, dice Rutigliano.

“Noi inglesi abbiamo un modo di dire: ‘Non sfidare la sorte’”, dice Conlin. In quel momento, una cinquantina di metri più giù, vediamo il pick-up rosso arrivare a tutta velocità e fermarsi sbandando. Tre uomini saltano giù e si mettono a correre verso di noi, raccogliendo pietre grosse come palle da baseball e tirandocele addosso. Schivare quei sassi volanti non è facile come pensavo e Conlin e Heyd vengono colpiti.

Rutigliano riprende la scena, Mensi scatta fotografie, e si sentono parecchie urla confuse: “Continua a riprendere, continua a riprendere!”, “Chiama la polizia!”, “Come cavolo è il numero?”. Pensando al luì verde dentro il mio zaino, e poco entusiasta di venire scambiato per uno del Cabs, seguo Heyd che torna indietro su per la salita. Da una distanza non proprio di sicurezza ci fermiamo a guardare due uomini che aggrediscono Mensi, cercando di strappargli lo zaino dalle spalle e la macchina fotografica dalle mani. I due, sulla trentina e molto abbronzati, gridano: “Che state facendo? Cosa fotografate?”. Mensi, con un gemito terribile, i muscoli gonfi per lo sforzo, si stringe la macchina fotografica contro l’addome. Gli uomini lo sollevano, lo buttano a terra e gli si scagliano addosso. Non vedo Rutigliano, ma più tardi scoprirò che lo hanno colpito in faccia, buttato a terra e preso a calci su gambe e costole.

La sua telecamera è stata fracassata contro una roccia e scagliata in testa a Mensi. Conlin se ne sta fermo in mezzo alla rissa con un formidabile portamento militare, stringendo in mano due cellulari con cui cerca di chiamare la polizia. Più tardi mi racconterà di aver minacciato gli aggressori di trascinarli in tutti i tribunali del paese, se solo lo avessero toccato.
Heyd intanto continua a indietreggiare, e questa mi sembra una buona idea. Quando lo vedo guardarsi indietro e impallidire, anch’io vengo preso dal panico.

La corsa di chi fugge da un pericolo è diversa da ogni altro tipo di corsa: è difficile guardare dove si mettono i piedi. Salto un muretto di pietra e attraverso di corsa un campo pieno di rovi, finisco dentro un fosso e mi ferisco al mento con un pezzo di recinzione metallica, e a quel punto decido che ne ho abbastanza. Sono preoccupato per il luì che porto nello zaino. Vedo Heyd che, continuando a correre in salita, attraversa un grande giardino, dice qualcosa a un uomo di mezza età e poi, spaventato, riprende a correre. Vado verso il padrone del giardino e cerco di spiegargli la situazione, ma l’uomo parla solo greco. Con un’espressione preoccupata ma anche diffidente va a chiamare la figlia, la quale riesce a dirmi, in inglese, che sono capitato nel giardino del direttore della sezione locale di Greenpea­ce. Mi offre un bicchier d’acqua e due piatti di biscotti e racconta la mia storia al padre, che risponde con una sola parola rabbiosa. “Barbari!”, traduce la figlia.

Quando torno giù alla macchina, sotto un cielo nuvoloso che minaccia pioggia, trovo Mensi che si tasta le costole e tampona i tagli e le abrasioni che gli coprono le braccia. Gli hanno rubato sia la macchina fotografica sia lo zaino. Conlin mi mostra la videocamera fracassata e Rutigliano, che ha perso gli occhiali e zoppica, mi confessa con fanatismo non privo di concretezza: “Speravo che succedesse un fatto del genere. Ma non così grave”.

Alcuni volontari del cabs, arrivati nel frattempo, gironzolano lì intorno con aria cupa. Nella loro auto trovo un cartone di vino vuoto, in cui, mentre arriva la polizia, riesco a trasferire il luì verde. Ha un’aria mogia ma non più malconcia di prima. Sarei più orgoglioso di averlo salvato, se proprio in quel momento non trovassi sul cellulare il messaggio di un amico cipriota, che conferma il nostro appuntamento clandestino per mangiare l’ambelopoulia la sera successiva. Mi stavo quasi convincendo di poter semplicemente osservare come un bravo giornalista, senza dover assaggiare neppure un uccellino. Ma non è affatto detto che ci riu­scirò.

Ogni primavera circa cinque miliardi di uccelli si spostano in massa dall’Africa per andare a riprodursi in Eurasia, e ogni anno fino a un miliardo di questi uccelli viene deliberatamente ucciso dagli esseri umani, in particolare lungo le rotte migratorie del Mediterraneo. Mentre le acque di quel mare vengono svuotate da pescherecci che usano sonar e reti ad alto rendimento, i suoi cieli vengono ripuliti grazie all’efficacissima tecnologia dei richiami. Dalla fine degli anni settanta, come risultato della direttiva europea e di varie altre convenzioni di salvaguardia, la situazione di alcune specie più minacciate è un po’ migliorata. Ma oggi i cacciatori del Mediterraneo stanno approfittando di questo piccolo miglioramento per rinnovare l’offensiva. Cipro ha sperimentato di recente l’apertura della caccia primaverile a quaglie e tortore. Nell’aprile del 2010 Malta ha aperto a sua volta la stagione della caccia primaverile. A maggio dello stesso anno il parlamento italiano ha approvato una legge che allunga la stagione venatoria autunnale. Gli europei possono anche considerarsi dei campioni di illuminismo ambientale – di certo si comportano come se lo fossero, facendo la predica agli Stati Uniti e alla Cina sulle emissioni di gas serra – ma negli ultimi dieci anni le popolazioni di molti uccelli residenti e migratori si sono ridotte in modo allarmante in tutta Europa. Non occorre essere un birdwatcher per avvertire la mancanza del richiamo del cuculo, dei volteggi delle pavoncelle sopra i campi, del canto dello strillozzo dai pali della luce. Un mondo di uccelli già compromesso dalla perdita di habitat e dall’agricoltura intensiva viene spinto ancora più in fretta verso l’estinzione dai cacciatori. La primavera, nel vecchio continente, ha buone probabilità di diventare silenziosa molto prima che nel nuovo mondo.

La Repubblica di Malta, che consiste di alcuni blocchi di calcare densamente popolati con una superficie complessiva di appena 316 chilometri quadrati, è il posto più ferocemente ostile agli uccelli di tutta Europa. A Malta ufficialmente vivono dodicimila cacciatori (circa il tre per cento della popolazione), gran parte dei quali considera un proprio diritto sparare a qualunque uccello migratore che abbia la sfortuna di passare sopra Malta, a prescindere dalla stagione e dallo status di protezione della specie. I maltesi sparano a gruccioni, upupe, rigogoli, berte, cicogne e aironi. Si appostano davanti alla recinzione dell’aeroporto internazionale e si esercitano nel tiro al bersaglio con le rondini. Sparano dai tetti delle case di città e dal ciglio di strade trafficate. Si appostano dentro bunker costruiti l’uno accanto all’altro sul fianco delle colline e falciano stormi di falchi migratori. Sparano a rapaci di specie minacciate, come l’aquila anatraia minore e l’albanella pallida, che i governi di paesi più settentrionali proteggono a prezzo di milioni di euro. Le prede rare vengono impagliate e aggiunte alle collezioni di trofei, le altre vengono abbandonate sul terreno, oppure sepolte sotto mucchi di pietre per non lasciare prove in giro. In Italia, quando vedono un migratore a cui manca un pezzo d’ala o di coda, i birdwatcher parlano di “piumaggio maltese”.

Negli anni novanta, prima che Malta entrasse nell’Unione europea, il governo cominciò ad applicare una legge già in vigore che vietava l’uccisione delle specie non cacciabili, e la causa maltese fu abbracciata anche da associazioni di paesi lontani come la Royal society for the protection of birds del Regno Unito, che mandò volontari per assicurarsi che la legge fosse rispettata. Il risultato, come dice un volontario britannico con cui ho parlato, è che “la situazione è passata da orribile a semplicemente pessima”. Ma i cacciatori maltesi sostengono che il paese è troppo piccolo perché l’attività venatoria possa intaccare in modo significativo l’avifauna europea e mal sopportano quella che considerano un’interferenza straniera nella loro “tradizione”. L’associazione nazionale dei cacciatori, la Federazzjoni kaċċaturi nassaba konservazzjonisti (Fknk), ha scritto nella sua newsletter dell’aprile 2008: “L’Fknk ritiene che il lavoro di polizia debba essere svolto solo da poliziotti maltesi, e non da arroganti estremisti stranieri che accampano diritti su Malta solo perché fa parte dell’Unione europea”.

Quando, nel 2006, l’associazione locale BirdLife Malta assunse un cittadino turco, Tolga Temuge, un ex direttore delle campagne di Greenpeace, per lanciare un’aggressiva campagna contro la caccia illegale, i cacciatori evocarono l’assedio turco del 1565 e reagirono con furia esplosiva. Il segretario generale dell’Fknk, Lino Farugia, inveì contro “il turco” e i suoi “lacchè maltesi”, e alle invettive seguì una serie di minacce e aggressioni contro le proprietà e il personale di BirdLife. Un membro dell’associazione ricevette uno sparo in faccia, le auto di tre volontari furono date alle fiamme e migliaia di giovani alberi furono sradicati in una zona di riforestazione che compete con l’unica altra foresta dell’isola principale, controllata dai cacciatori, che ci vanno per sparare agli uccelli appollaiati sui rami. Come spiegava una popolare rivista di caccia nell’agosto del 2008: “C’è un limite oltre il quale non si possono infrangere i forti vincoli e i valori morali delle famiglie maltesi, aspettandosi che si ritirino vigliaccamente e abbandonino la loro terra e la loro cultura, senza far ribollire il loro sangue latino”.

Eppure, a differenza di Cipro, l’opinione pubblica maltese è fortemente contraria alla caccia. Insieme alle banche, il turismo è la risorsa principale di Malta, e spesso i giornali pubblicano lettere arrabbiate di turisti che hanno subìto minacce da parte dei cacciatori o assistito ad atrocità contro gli uccelli. La classe media maltese, dal canto suo, non gradisce il fatto che i pochissimi spazi aperti del paese siano invasi da cacciatori dal grilletto facile che appendono cartelli di divieto d’accesso nei terreni pubblici. A differenza di BirdLife Cipro, BirdLife Malta è riuscita a ottenere il sostegno di cittadini importanti, compreso il proprietario del gruppo Radisson Hotel, per una campagna sui giornali intitolata “Riprenditi il tuo territorio”.

Malta, tuttavia, è uno stato con due partiti, e dato che le elezioni vengono generalmente decise da qualche migliaio di voti, né il Partito laburista né quello nazionalista possono permettersi di inimicarsi gli elettori appassionati di caccia rischiando di spingerli a disertare le urne. Perciò le leggi venatorie continuano a essere poco applicate: il personale che dovrebbe occuparsene è ridotto al minimo, molti poliziotti locali sono amici dei cacciatori e perfino i poliziotti buoni possono essere indolenti nel reagire alle denunce. Anche quando i trasgressori sono incriminati, i tribunali maltesi si dimostrano restii a infliggere multe per più di qualche centinaio di euro.

Nel 2010 il governo nazionalista ha aperto la caccia primaverile a quaglie e tortore ignorando una decisione della corte di giustizia europea dell’autunno precedente. La direttiva europea del 1979 consente agli stati dell’Unione di applicare “deroghe” e autorizza l’uccisione di piccole quantità di esemplari di specie protette per “sfruttamento giudizioso”, come il controllo degli stormi intorno agli aeroporti o la caccia di sussistenza da parte di comunità rurali tradizionali. Il governo maltese ha chiesto una deroga per continuare la “tradizione” della caccia primaverile e la corte ha deliberato che la richiesta di Malta non soddisfaceva tre dei quattro criteri imposti dalla direttiva: rigorosa applicazione, piccole quantità e parità con gli altri stati membri dell’Unione. Riguardo al quarto criterio, tuttavia – cioè se esista “un’alternativa” – Malta ha fornito la prova, basata sul numero di esemplari uccisi, che la caccia autunnale a quaglie e tortore non rappresenta un’alternativa soddisfacente alla caccia primaverile. Il governo sapeva che il conteggio degli esemplari uccisi non era attendibile (lo stesso segretario generale dell’Fknk ha ammesso pubblicamente che il vero numero potrebbe essere dieci volte superiore a quello dichiarato), ma la prassi della Commissione europea è di accettare i dati forniti dai governi degli stati membri. Malta sosteneva inoltre che, poiché non si tratta di specie minacciate a livello globale (sono ancora abbondanti in Asia), quaglie e tortore non meritassero una protezione assoluta, e gli avvocati della commissione mancarono di sottolineare che la cosa davvero rilevante è lo status della specie all’interno dell’Unione europea, dove in effetti le popolazioni di quegli uccelli sono in grave declino. Perciò, mentre si pronunciava contro Malta e proibiva la caccia primaverile, la corte riconosceva che uno dei quattro criteri era stato effettivamente soddisfatto. Il governo maltese ha proclamato la “vittoria” in patria, e all’inizio di aprile ha autorizzato la caccia.

Il primo giorno della stagione, all’alba, esco in perlustrazione insieme a Tolga Temuge, che sembra un David Foster Wallace turco. Non ci aspettiamo di vedere molti cacciatori, perché l’Fknk, irritata dalle condizioni imposte dal governo – la stagione durerà solo sei mezze giornate, invece delle tradizionali sei-otto settimane, e le licenze concesse sono state solo duemilacinquecento – ha organizzato un boicottaggio della stagione, minacciando di “coprire di vergogna” chiunque richieda la licenza. “La Commissione europea ha fallito”, mi dice Temuge mentre percorriamo il labirinto oscuro e polveroso della rete stradale maltese. “La federazione dei cacciatori europea e BirdLife international hanno lavorato sodo per arrivare a limiti di caccia sostenibili, e poi Malta, il più piccolo degli stati dell’Unione, minaccia di demolire l’intero edificio della direttiva uccelli. L’inosservanza da parte di Malta sta creando un brutto precedente per gli altri stati membri, soprattutto quelli del Mediterraneo, incoraggiandoli a comportarsi nello stesso modo”.

Quando il cielo si schiarisce, ci fermiamo in una stradina di calcare grezzo tra campi recintati di fieno dorato e ci mettiamo in ascolto di eventuali spari. Sento cani che abbaiano, un gallo che canta, qualche camion che cambia marcia e, da qualche parte lì vicino, un richiamo elettronico per quaglie. In questo momento ci sono altre sei squadre di Temuge in giro per l’isola, formate per la maggior parte da volontari stranieri accompagnati da agenti di sicurezza maltesi stipendiati. Mentre il sole sorge, cominciamo a sentire qualche sparo lontano, ma non molti: stamattina sembra che non voli un uccello in tutto il paese. Procediamo attraverso un villaggio in cui risuonano un paio di spari – “Cazzo, è incredibile!”, esclama Temuge. “Siamo in una zona abitata, cazzo!” – e poi rientriamo in quel labirinto di mura di pietra che a Malta viene definito campagna. Altri spari ci conducono fino a un piccolo campo, dove troviamo due uomini sulla trentina con una radio portatile. Appena ci vedono prendono in mano la zappa e cominciano a occuparsi della loro rigogliosa coltivazione di fagioli e cipolle. “Sanno subito quando entri nella loro zona”, dice Temuge. “Lo sanno tutti. Se hanno una radio, puoi stare sicuro al novanta per cento che sono cacciatori”. In effetti sembra un po’ presto per uscire a zappare, e finché restiamo nei pressi del campo non sentiamo più spari. Quattro splendenti rigogoli maschi ci sfrecciano accanto, sfortunati per aver scelto Malta come sosta migratoria, ma fortunati di averci trovati qui. Su un albero basso scorgo una femmina di fringuello, che pur essendo uno degli uccelli più comuni d’Europa è quasi del tutto introvabile a Malta, perché la cattura illegale dei fringillidi è molto diffusa. Quando glielo indico, Temuge si entusiasma. “Un fringuello!”, esclama. “Sarebbe incredibile se i fringuelli ricominciassero a riprodursi da queste parti”. È come se qualcuno in Nordamerica si meravigliasse di vedere un tordo migratore.

I cacciatori maltesi hanno lo svantaggio di volere una cosa che metterebbe Malta nei guai ed esporrebbe il paese a sanzioni da parte dell’Unione europea: chiedono il diritto legale di sparare agli uccelli diretti verso i luoghi di riproduzione. Perciò ai capi dell’Fknk non resta che adottare una linea intransigente, che suscita false speranze tra gli iscritti dell’associazione e li fa sentire frustrati e traditi quando, inevitabilmente, il governo li delude. Incontro il portavoce dell’Fknk, Joseph Perici Calascione, un uomo nervoso ma eloquente, nella sede angusta e disordinata dell’organizzazione. “Come possono aspettarsi, anche con tutta l’immaginazione del mondo, che ci riteniamo soddisfatti? La stagione primaverile ha lasciato l’ottanta per cento dei cacciatori senza licenza”, mi dice. “Già da due anni ci hanno privato di una stagione che faceva parte della nostra tradizione, del nostro modo di vivere. Non ci aspettavamo di tornare alla situazione di tre anni fa, ma speravamo comunque in una stagione adeguata, come quella che il governo ci aveva promesso senza mezzi termini prima dell’ingresso nell’Unione europea”.

Sollevo la questione della caccia illegale, e Perici Calascione mi offre uno scotch. Quando rifiuto, ne versa uno per sé. “Siamo del tutto contrari alla caccia illegale di specie protette”, dice. “Siamo disposti a impiegare guardacaccia per scovare questi individui e revocargli la tessera. E lo avremmo già fatto, se ci avessero concesso una buona stagione”. Perici Calascione ammette che le dichiarazioni più polemiche del segretario generale dell’Fknk lo mettono a disagio, ma lui stesso si mostra molto preoccupato quando cerca di comunicarmi quanto consideri importante la caccia. Mi ricorda, stranamente, un ambientalista in vena di vittimismo. “Siamo tutti frustrati”, dice, con un tremito nella voce. “I disturbi mentali sono aumentati, abbiamo avuto dei suicidi tra i nostri soci. La nostra cultura è minacciata”.

Quanto la caccia in stile maltese rappresenti una “cultura” e una “tradizione” è una questione opinabile. Mentre la caccia primaverile e l’uccisione e imbalsamazione di uccelli rari sono senza dubbio tradizioni di antica data, il fenomeno del massacro indiscriminato sembra cominciato solo a partire dagli anni sessanta, quando Malta ottenne l’indipendenza e cominciò a prosperare. Malta, in effetti, rappresenta una totale confutazione della teoria secondo cui la ricchezza di una società porterebbe a una migliore gestione dell’ambiente. La ricchezza ha portato a Malta armi più sofisticate, più denaro per pagare gli imbalsamatori, più macchine e strade migliori, che hanno reso la campagna più accessibile ai cacciatori. La caccia, che un tempo era una tradizione tramandata di padre in figlio, è diventata un passatempo per gruppi di ragazzi turbolenti.

In un appezzamento di terreno appartenente a un albergo che spera di costruirci un campo da golf, incontro un cacciatore all’antica che si dice disgustato dal comportamento dei suoi connazionali e dal fatto che l’Fknk è tollerante nei loro confronti. Mi spiega che la caccia indiscriminata è nel “sangue” maltese, e che era irragionevole aspettarsi che i cacciatori cambiassero di colpo dopo l’ingresso del paese nell’Unione europea (“Se una nasce prostituta”, mi dice, “non diventerà mai suora”). Ma poi aggiunge che la colpa è soprattutto dei cacciatori più giovani, e che l’abbassamento del limite di età per la licenza di caccia da ventuno a diciotto anni ha peggiorato la situazione. “E ora che hanno cambiato il regolamento sulla caccia primaverile”, aggiunge, “chi rispetta la legge non può uscire, ma quelli che cacciano in modo indiscriminato escono ancora, perché non ci sono controlli a sufficienza. Questa primavera ho passato tre settimane in campagna, e ho visto una sola macchina della polizia”.

A Malta la principale stagione di caccia è sempre stata la primavera, e il cacciatore afferma che se la stagione primaverile venisse chiusa definitivamente, lui con tutta probabilità continuerà a cacciare in autunno finché i suoi due cani rimarranno in vita, e poi smetterà e si dedicherà al birdwatching. “Sta succedendo qualcos’altro”, prosegue. “Voglio dire, dove sono le tortore?

Quando ero giovane e uscivo a caccia con mio padre, guardavamo in cielo e ne vedevamo a migliaia. Adesso siamo in alta stagione, e ieri sono rimasto fuori tutto il giorno e ne ho viste dodici. Sono due anni che non vedo un succiacapre. E cinque anni che non vedo un codirossone. Lo scorso autunno sono uscito tutte le mattine e tutti i pomeriggi con i miei cani in cerca di beccacce, ne ho viste tre e non ho sparato neanche un colpo. E questo è un altro aspetto del problema: la gente è frustrata. ‘Se non trovo beccacce, sparerò a un gheppio’, dicono”.

La domenica, verso sera, io e Temuge ci appostiamo in un punto alto e appartato per spiare con il telescopio due uomini che scrutano il cielo e i campi con il binocolo. “Sono senz’altro cacciatori”, dice Temuge. “Tengono nascosto il fucile finché non passa qualcosa a cui sparare”. Ma quando trascorre un’ora senza che passi niente, i due uomini prendono il rastrello e cominciano a sarchiare l’orto, alzando solo ogni tanto il binocolo, e dopo un’altra ora si mettono a lavorare ancora più sodo, perché gli uccelli non ci sono.

L’Italia è una lunga e stretta forca caudina per i migratori alati. Ogni anno i bracconieri del bresciano intrappolano un milione di uccelli canori da vendere ai ristoranti che offrono polenta e osei: polenta con gli uccelli. I boschi della Sardegna sono pieni di lacci metallici, le lagune venete fanno da sfondo al massacro delle anatre svernanti, e l’Umbria, la terra di san Francesco, è la regione con il più alto numero di cacciatori rispetto alla popolazione. In Toscana i cacciatori devono rispettare una certa quota di beccacce e colombacci e quattro uccelli canori legalmente cacciabili, tra cui l’allodola e il tordo bottaccio; ma all’alba, nella bruma, è difficile distinguere le prede consentite da quelle vietate, e comunque chi ci farebbe caso? Più a sud, in Campania, una regione controllata in gran parte dalla camorra, l’habitat più invitante per i migratori acquatici e i trampolieri è costituito dai campi inondati dalla camorra e affittati ai cacciatori per cifre che raggiungono i mille euro al giorno: i commercianti all’ingrosso arrivano da Brescia con camion frigoriferi per raccogliere gli uccelli catturati dai piccoli bracconieri. Il territorio di intere province campane è ricoperto di trappole per sette diverse specie di melodiosi fringillidi europei, e i camorristi pagano profumatamente per gli uccelli canori addestrati che vengono venduti nei mercati illegali. Più a sud, in Calabria e in Sicilia, la caccia al falco pecchiaiolo durante la migrazione primaverile è stata ridotta grazie a numerose azioni di polizia e alla sorveglianza dei volontari, ma la Calabria è ancora piena di bracconieri che, se sanno di poterla passare liscia, sparano a tutto ciò che vola.

Una vecchia, singolare legge del codice civile italiano, promulgata dai fascisti per favorire la dimestichezza con le armi da fuoco, concede ai cacciatori, e solo a loro, il diritto di entrare in una proprietà privata, a chiunque appartenga, per inseguire la selvaggina. Negli anni ottanta più di due milioni di cacciatori con licenza imperversavano nelle campagne italiane, svuotate dallo spostamento degli abitanti verso le città. In Italia, tuttavia, gran parte della popolazione urbana è contraria alla caccia, e nel 1992 il parlamento italiano ha approvato una delle leggi venatorie più restrittive d’Europa, che dichiarava, in maniera del tutto radicale, che la fauna selvatica appartiene esclusivamente allo stato italiano, riducendo così la caccia a una concessione straordinaria. Nei vent’anni successivi la popolazione di alcuni dei grossi animali più simpatici d’Italia, tra cui i lupi, è aumentata in maniera spettacolare, mentre il numero delle licenze di caccia è sceso sotto le ottocentomila. Queste due tendenze hanno spinto Franco Orsi, un senatore ligure del partito di Silvio Berlusconi, a presentare un disegno di legge per liberalizzare l’uso dei richiami vivi ed estendere i tempi e i luoghi in cui è consentita la caccia. Il parlamento ha approvato un’altra legge “comunitaria”, per adeguare l’Italia alla direttiva europea e quindi evitare le multe pendenti per centinaia di milioni di euro. Ma ha fatto una grande concessione ai cacciatori: la stagione della caccia ad alcune specie è stata prolungata fino a febbraio. Incontro Orsi nella sede di Genova del suo partito, alla vigilia delle elezioni regionali del 2010 che segneranno una nuova vittoria della coalizione di Berlusconi. Orsi, un bell’uomo sulla quarantina dallo sguardo dolce, è un appassionato cacciatore che sceglie dove andare in vacanza in base alle prede cacciabili. Sostiene di voler aggiornare la legge del 1992 perché ha causato una vertiginosa espansione delle specie dannose; perché i cacciatori italiani dovrebbero poter fare quello che fanno i francesi e gli spagnoli; perché i proprietari privati possono gestire i terreni per l’allevamento della selvaggina meglio dello stato e perché la caccia è un’attività che porta benefici dal punto di vista sociale e spirituale. Mi mostra un giornale con la foto di un cinghiale che corre per le strade di Genova. Mi spiega che gli storni rappresentano una minaccia per aeroporti e vigneti. Ma quando mi dichiaro d’accordo sulla necessità di controllare cinghiali e storni, Orsi aggiunge che i cacciatori non amano sparare ai cinghiali nella stagione imposta dalle autorità. “E comunque, non posso accettare che si possa sparare solo a cinghiali, nutrie e storni”, dice. “Questo può farlo l’esercito”.

Gli chiedo se è favorevole a cacciare ogni specie dell’avifauna fino al massimo compatibile con il mantenimento della popolazione esistente. “Immaginiamo la fauna come un capitale che si rivaluta ogni anno”, mi risponde. “Se spendo l’interesse, posso sempre tenermi il capitale, e il futuro della specie e della caccia sarà salvaguardato”.
“Ma c’è anche un’altra strategia di investimento, quella di reinvestire parte degli interessi per far crescere il capitale”, ribatto.
“Questo varia da specie a specie. Per ciascuna specie esiste una densità ottimale, e alcune hanno una densità più alta dell’ottimale, altre più bassa. Perciò la caccia deve regolare l’equilibrio”.

Durante i miei precedenti viaggi in Italia mi era sembrato che quasi tutte le specie dell’avifauna avessero una densità inferiore a quella ottimale. Visto che Orsi non è d’accordo con me, gli chiedo in che modo secondo lui sparare a uccelli inoffensivi può giovare alla società. Con mia grande sorpresa mi risponde citando Peter Singer, l’autore di Liberazione animale, per dimostrare che, se ogni uomo dovesse mangiare solo gli animali che riesce a uccidere, saremmo tutti vegetariani. “Nella nostra società urbana abbiamo perso quella relazione uomo-animale che conteneva un elemento di violenza”, dice. “Quando avevo quattordici anni mio nonno, secondo la tradizione di famiglia, mi fece uccidere un pollo, e oggi ogni volta che mangio il pollo mi ricordo che è un animale. Per tornare a Peter Singer, il consumo eccessivo di animali nella nostra società corrisponde al consumo eccessivo di risorse. Enormi quantità di spazio sono dedicate agli allevamenti industriali, perché abbiamo perso il senso dell’identità rurale. Non dovremmo pensare che la caccia sia l’unica forma di violenza umana contro l’ambiente. E la caccia, in questo senso, è istruttiva”.

Pensavo che Orsi non avesse tutti i torti, ma secondo gli ambientalisti italiani con cui ho parlato dopo la sua retorica dimostra solo che è bravo a manipolare i giornalisti. Dietro la spinta a liberalizzare le leggi sulla caccia, tutti gli ambientalisti vedono la mano della potente industria italiana di armi e munizioni. Come mi dice uno di loro: “Quando qualcuno ti chiede cosa produce la tua impresa, tu cosa rispondi: ‘Mine antiuomo che uccidono bambini bosniaci’, oppure ‘Fucili tradizionali per gente che ama aspettare all’alba l’arrivo delle anatre nella palude’?”.

È impossibile sapere quanti uccelli vengono uccisi in Italia. Il numero di tordi bottacci denunciati in un anno, per esempio, va dai tre ai sette milioni, ma Fernando Spina, dirigente di ricerca dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, considera queste stime “altamente prudenziali”, visto che solo i cacciatori più coscienziosi compilano correttamente il tesserino, le guardie venatorie non hanno personale sufficiente per sorvegliare i cacciatori, i database provinciali non sono quasi mai computerizzati e la maggior parte delle autorità venatorie locali ignora regolarmente le richieste di dati. Quel che è noto è che l’Italia è una rotta migratoria di cruciale importanza. Qui si segnalano ritrovamenti di uccelli inanellati provenienti da ogni paese d’Europa, da trentotto paesi africani e sei asiatici. E in Italia la migrazione di ritorno comincia molto presto, in alcuni casi addirittura alla fine di dicembre. La direttiva uccelli dell’Unione europea protegge tutti gli uccelli in migrazione di ritorno, consentendo la caccia solo entro i limiti della naturale mortalità autunnale, e perciò la maggior parte dei cacciatori responsabili ritiene che la stagione dovrebbe terminare il 31 dicembre. La nuova legge comunitaria italiana, tuttavia, va nel senso opposto, ed estende la stagione fino a febbraio. Poiché i migratori che rientrano per primi sono in genere i più forti della specie, la nuova legge trasforma in bersagli proprio gli uccelli che hanno le migliori possibilità di riprodursi. Una stagione più lunga, inoltre, protegge i bracconieri delle specie protette, perché uno sparo illegale e uno legale producono lo stesso rumore. E senza dati precisi è impossibile sapere se il limite annuale regionale per ciascuna specie rientri nella mortalità naturale. “Il limite annuale è una cifra arbitraria, decisa dai funzionari locali”, dice Spina. “Non ha niente a che vedere con il numero effettivo di uccelli censiti”.

Anche se la perdita di habitat è il motivo principale della drastica diminuzione degli uccelli d’Europa, la caccia all’italiana (caccia selvaggia, come la chiamano i suoi detrattori) aggiunge al danno anche la beffa. Fulco Pratesi è un ex cacciatore di animali di grossa taglia che ha fondato il Wwf Italia e ora considera la caccia una “mania”. Quando gli chiedo perché i cacciatori italiani sono così entusiasti di sparare agli uccelli, lui cita l’amore dei suoi connazionali per le armi, il loro radicato “atteggiamento virile”, il loro piacere nell’infrangere la legge e, stranamente, il loro amore per la natura. “Un po’ come uno stupratore che ama le donne ma esprime il suo amore in modo violento e perverso”, dice Pratesi. “Si cacciano uccelli che pesano ventidue grammi con cartucce da trentadue grammi”. Gli italiani, aggiunge, si affezionano più facilmente ad animali “simbolici” come il lupo e l’orso, e in effetti sono riusciti a proteggerli meglio di quanto abbia fatto il resto d’Europa. “Ma gli uccelli sono invisibili”, continua. “Non li vediamo, non li sentiamo. Nell’Europa del nord, l’arrivo degli uccelli migratori è un fatto visibile e udibile che commuove le persone. Qui la gente vive nelle città e in caseggiati enormi, e gli uccelli sono letteralmente tra le nuvole”.

Per buona parte della sua storia, l’Italia è stata visitata in primavera e in autunno da enormi quantità di pacchetti volanti di proteine, e a differenza dell’Europa del nord, dove le persone hanno imparato a vedere la correlazione tra lo sfruttamento eccessivo e il calo delle risorse, nel Mediterraneo le riserve sembravano illimitate. Un bracconiere di Reggio Calabria, ancora risentito per il divieto di sparare al falco pecchiaiolo, mi spiega: “A Reggio ne uccidevamo solo duemilacinquecento ogni primavera, su un passaggio totale di sessanta-centomila: non erano mica tanti”. L’unico modo in cui riesce a capire la messa al bando del suo sport è in termini di denaro. Mi dice, in tutta serietà, che certe organizzazioni antibracconaggio sono nate solo per spillare soldi allo stato, e che le leggi antibracconaggio sono state fatte proprio perché servivano bracconieri contro cui combattere. “E ora questa gente si arricchisce a spese dello stato”, conclude.

In una provincia dell’Italia meridionale ho conosciuto un ex bracconiere fanciullesco e sbarazzino di nome Sergio. Dopo essere entrato nella mezza età, sentendo di aver ormai superato una certa fase della vita, Sergio ha smesso di andare a caccia di frodo, e adesso racconta storielle comiche sui suoi “peccati di gioventù”. La caccia notturna, da sempre illegale, non è mai stata un problema, mi dice Sergio, se i tuoi compagni di battuta erano il prete della parrocchia e il brigadiere dei carabinieri. Il brigadiere risultava particolarmente utile per dissuadere le guardie forestali dal perlustrare i dintorni. Una sera in cui erano usciti a caccia insieme, Sergio e il brigadiere s’imbatterono in un gufo, irrigidito su una staccionata davanti ai fari della jeep. Il brigadiere disse a Sergio di sparare al gufo. Quando Sergio esitò, il brigadiere prese un badile, girò intorno al gufo e lo colpì sulla testa. Poi lo caricò nel retro della jeep.
“Perché?”, chiedo a Sergio. “Perché voleva uccidere il gufo?”.
“Perché stavamo cacciando!”.

Alla fine della nottata, quando il brigadiere aprì il portellone della jeep, il gufo, che era solo stordito, gli volò addosso: Sergio spalanca le braccia e fa una smorfia ridicolmente feroce per descrivermi la scena. Sergio è sempre andato a caccia per mangiare. Mi insegna un proverbio nel suo dialetto: “Mangia carne di pinna, e sia curnocchia; ama core gentile, e sia ’na vecchia” (mangia carne di pennuto anche se è di cornacchia; ama una donna dal cuore gentile anche se è anziana). “La cornacchia puoi cuocerla per sei giorni, e rimane sempre dura”, mi dice. “Ma in brodo non è male. Ho mangiato anche il tasso e la volpe: ho mangiato di tutto!”. L’unico uccello che gli italiani non sembrano interessati a mangiare è il gabbiano. Perfino il falco pecchiaiolo, anche se per tradizione le famiglie meridionali ne tenevano un esemplare impagliato nella stanza più importante della casa (da queste parti il falco pecchiaiolo è soprannominato adorno, dal verbo “adornare”), veniva consumato come manicaretto primaverile. Il bracconiere di Reggio mi ha dato la sua ricetta per cuocerlo in fricassea con zucchero e aceto.

I “cacciatori selvaggi” italiani che, a differenza di Sergio, non hanno abbandonato il vecchio passatempo, e sono frustrati perché la selvaggina diminuisce e le restrizioni aumentano, hanno imparato a spostarsi nel Mediterraneo in cerca di emozioni. Lungo la costa della Campania parlo con un bracconiere allegramente incallito, un incorreggibile giovane-vecchio mezzo sdentato il quale, ora che non può più allestire un capanno sulla spiaggia e sparare a un numero illimitato di migratori in arrivo, si accontenta di passare le vacanze in Albania, dove può ancora sparare a tutto quello che trova, in qualunque momento, per una tariffa molto bassa. Le trasferte all’estero sono popolari tra i cacciatori di tutte le nazioni, ma gli italiani sono generalmente considerati i peggiori. I più ricchi vanno in Siberia a sparare alla beccaccia durante il volo nuziale primaverile, o in Egitto, dove mi hanno detto che i cacciatori possono ingaggiare un poliziotto per andare a recuperare le prede mentre loro sparano a ibis e a specie di anatre minacciate finché non gli si stancano le braccia; su internet si trovano foto di turisti cacciatori in posa accanto a enormi mucchi di carcasse di uccelli.

I cacciatori responsabili italiani detestano i cacciatori selvaggi. Detestano Franco Orsi. “In Italia c’è uno scontro culturale tra due visioni della caccia”, mi spiega Massimo Canale, un giovane cacciatore di Reggio Calabria. “Da una parte ci sono quelli come Orsi, che dicono: ‘Apriamola del tutto’. Dall’altra ci sono le persone che si sentono responsabili del posto in cui vivono. Per diventare un cacciatore selettivo non basta la licenza. Occorre studiare biologia, fisica, balistica. Il cacciatore selettivo uccide cinghiali e cervi: ha un ruolo da svolgere”. Canale ha scoperto il suo istinto predatorio da bambino, quando andava a caccia in modo indiscriminato insieme al nonno, e si considera fortunato di aver conosciuto persone che gli hanno insegnato un modo migliore di cacciare. “Non m’importa se non uccido qualcosa tutti i giorni”, mi dice. “Ma l’obiettivo è uccidere, mentirei se lo negassi. C’è un conflitto tra il mio istinto predatorio e la mia razionalità, e la caccia selettiva è il modo che ho scelto per cercare di domare l’istinto. Ritengo che ormai questo sia l’unico tipo di caccia possibile. E Orsi non lo sa, oppure non gl’interessa”. Le due visioni della caccia corrispondono in linea di massima alle due facce dell’Italia. C’è l’Italia criminale della camorra e della mafia e l’Italia semicriminale degli amici di Berlusconi, ma esiste anche, ancora oggi, l’Italia che lavora. Gli italiani che combattono il bracconaggio sono motivati dal disgusto per l’illegalità diffusa nel paese, e fanno affidamento sulle informazioni fornite dai cacciatori responsabili, che si sentono frustrati quando, per esempio, non riescono a uccidere nemmeno una quaglia perché sono state tutte attirate dai richiami illegali. A Salerno, la meno disorganizzata delle province campane, esco con una squadra di guardie del Wwf che mi porta a vedere un laghetto artificiale, ora prosciugato, dove di recente hanno pizzicato il presidente di un’associazione venatoria provinciale mentre usava richiami elettronici illegali per attirare gli uccelli. Vicino al laghetto, in una campagna desolata coperta di teloni di plastica bianchi, incombe un cumulo mezzo disintegrato di “ecoballe”, le balle cellofanate di spazzatura napoletana che sono state scaricate in tutto il territorio campano e sono diventate un simbolo della crisi ambientale italiana. “Era la seconda volta in due anni che lo prendevamo”, mi dice il caposquadra. “Era un membro del comitato che regola la caccia nella provincia, ed è rimasto il presidente anche dopo essere stato incriminato. Ci sono altri presidenti provinciali che fanno la stessa cosa, ma sono più difficili da prendere”.

Un esempio luminoso dell’Italia che lavora è la repressione della caccia di frodo al falco pecchiaiolo sullo stretto di Messina. Tutti gli anni, a partire dal 1985, la guardia forestale nazionale ha assegnato una squadra supplementare con elicotteri per pattugliare il versante calabrese dello stretto. Anche se ultimamente la situazione in Calabria è un po’ peggiorata – quest’anno la squadra era più piccola che in passato e si è fermata per meno giorni, e si stima che siano stati abbattuti quattrocento esemplari, il doppio che negli anni scorsi – il versante siciliano dello stretto, sotto il controllo di Anna Giordano, rimane fondamentalmente libero da bracconieri.

Dal 1981, quando aveva quindici anni, Giordano tiene d’occhio i bunker di cemento da cui i rapaci venivano abbattuti a migliaia mentre sorvolavano a bassa quota le montagne sopra Messina. A differenza dei calabresi, che il falco pecchiaiolo lo mangiavano, i siciliani lo uccidevano esclusivamente per rispettare la tradizione, per fare a gara tra loro e per portare a casa un trofeo. Alcuni sparavano a qualunque cosa volasse, altri si limitavano al falco pecchiaiolo (che veniva chiamato “l’Uccello”), a meno che non avvistassero un’autentica rarità come l’aquila reale. Giordano correva dai bunker al telefono pubblico più vicino, da dove chiamava la guardia forestale, e poi di nuovo ai bunker. Le hanno danneggiato più volte la macchina, l’hanno minacciata e insultata, ma nessuno le ha mai fatto del male, probabilmente perché era una giovane donna (la parola italiana per “uccello”, un comune sinonimo di “pene”, ha spesso generato battute volgari su di lei, ma un poster che ho visto sulla parete del suo ufficio capovolgeva la battuta: “La tua virilità? Un uccello morto”). Con successo sempre maggiore, soprattutto dopo l’arrivo dei telefoni cellulari, Giordano ha costretto la guardia forestale a usare la mano pesante con i bracconieri, e la sua fama crescente ha attirato l’attenzione dei mezzi d’informazione e le ha portato legioni di volontari. Negli ultimi anni, le sue squadre hanno denunciato meno di una decina di spari per stagione.

“I primi anni”, mi dice Giordano mentre la seguo in cima a una collina per osservare il passaggio dei falchi, “non osavamo neanche alzare il binocolo quando contavamo i rapaci, perché i bracconieri ci tenevano d’occhio e se ci vedevano guardare in alto cominciavano a sparare. Sulle schede di osservazione di quel periodo si trovano un sacco di ‘rapaci non identificati’. E oggi possiamo stare qui tutto il pomeriggio a confrontare le barre alari delle albanelle femmine di un anno senza sentire nemmeno uno sparo. Un paio d’anni fa, uno dei bracconieri peggiori, un uomo violento, stupido e volgare che ci importunava dovunque andassimo, mi si accostò con la macchina e mi chiese se potevamo parlare. ‘Eh-eh-eh, certo’, feci io. Mi chiese se mi ricordavo cosa gli avevo detto venticinque anni prima. Io risposi che non mi ricordavo neanche cosa avevo detto il giorno prima. E lui: ‘Mi hai detto che sarebbe venuto il giorno in cui avrei amato gli uccelli anziché ammazzarli. Sono venuto a dirti che avevi ragione. Adesso, quando esco con mio figlio, non gli dico più: ‘Hai preso il fucile?’, ma: ‘Hai preso il binocolo?’. Allora gli ho dato il mio binocolo – a un bracconiere! – perché potesse osservare il falco pecchiaiolo che volava sopra di noi”.

Giordano è una donna piccola, scura e zelante. Negli ultimi tempi ha attaccato l’amministrazione locale per gli abusi edilizi intorno a Messina e, come se non avesse già abbastanza da fare, collabora alla gestione di un centro di recupero della fauna selvatica. Ho già visitato un ospedale veterinario italiano, negli edifici di un ex ospedale psichiatrico di Napoli, e ho visto le lastre di un falco punteggiate dai pallini di piombo, diversi rapaci convalescenti all’interno di grandi gabbie, e un gabbiano con la zampa sinistra annerita e raggrinzita dal contatto con una sostanza acida. Al centro di recupero, su una collina dietro Messina, guardo Anna Giordano imboccare con pezzi di tacchino crudo una piccola aquila accecata da una raffica di pallini. Con una mano afferra gli artigli dell’aquila e la stringe a sé. Le penne della coda sporche e flosce, lo sguardo arcigno ma impotente, l’animale lascia che Giordano le apra il becco e le riempia il gozzo di carne. L’uccello mi sembra una vera aquila e allo stesso tempo qualcosa che non è più un’aquila: qualcosa che non riconosco.

Come la maggior parte dei ristoranti ciprioti che servono ambelopoulia, quello dove vado insieme a un mio amico e a un suo amico (li chiamerò Takis e Demetrios) ha una saletta privata in cui si possono consumare gli uccellini con discrezione. Attraversiamo la sala principale, dove la tv trasmette a tutto volume una delle telenovele brasiliane che vanno per la maggiore a Cipro, e ci sediamo davanti a una raffica di specialità cipriote: maiale affumicato, formaggio fritto, fiori di cappero sott’aceto, uova con asparagi selvatici e funghi, salsiccia al vino, couscous. Il proprietario ci porta anche tre tordi bottacci fritti che non abbiamo chiesto, e indugia accanto al nostro tavolo come per assicurarsi che mangi la mia porzione. Penso a san Francesco, che una volta all’anno, a Natale, metteva da parte il suo amore per gli animali e mangiava carne. Penso a un ragazzo di nome Woody, che durante una gita in campeggio della mia adolescenza mi offrì un assaggio di tordo americano fritto. Penso a un importante ambientalista italiano che, parlando con me, ha ammesso che i tordi bottacci sono “terribilmente buoni”. L’ambientalista aveva ragione. La carne è scura e succulenta, e le dimensioni del volatile, più grande di un ambelopoulia, mi permettono di considerarlo una normale pietanza da ristorante, più o meno, e di considerare me stesso un normale cliente.

Quando il proprietario se ne va, chiedo a Takis e Demetrios chi sono i ciprioti che amano mangiare l’ambelopoulia.
“Quelli che lo mangiano spesso”, risponde Demetrios, “sono gli stessi che frequentano i cabaret, i night club con ballerine di pole dance e ragazze dell’est disponibili. In altre parole, gente con un livello di moralità non molto elevato. Cioè la maggior parte dei ciprioti. Qui c’è un detto: ‘Tutto quel che puoi cacciarti in bocca, tutto quello che puoi prendere con il culo…’”.
“Perché la vita è breve”, interviene Takis.
“La gente arriva a Cipro e crede di essere in un pae­se europeo, perché facciamo parte dell’Unione europea”, prosegue Demetrios. “In realtà siamo un paese mediorientale che solo per caso si trova in Europa”.
La sera prima, al commissariato di polizia di Paralimni, ho rilasciato una dichiarazione a un giovane investigatore che sembrava volesse sentirmi dire che chi aveva aggredito la squadra del Cabs aveva solo intenzione di farci smettere di scattare foto e girare video.
“Per le persone di qui”, mi ha spiegato alla fine, “intrappolare uccelli è una tradizione che non si può cambiare da un giorno all’altro. Cercare di parlare con loro e spiegare perché sbagliano è un approccio più utile di quello aggressivo del Cabs”.
Forse aveva ragione, ma io ho già sentito questo appello alla pazienza in diverse parti del Mediterraneo, e mi sembra un’altra versione del più generale appello del consumismo moderno: aspettate finché non avremo esaurito tutte le risorse naturali, e poi voi amanti della natura potrete tenervi quel che rimane.
Mentre io, Takis e Demetrios aspettiamo la dozzina di ambelopoulia che stanno per arrivare, discutiamo su chi li mangerà.

“Magari ne assaggerò un pezzettino”, azzardo.
“A me non piace l’ambelopoulia”, dice Takis.
“Neanche a me”, dice Demetrios.
“Okay”, dico io. “Ve bene se io ne prendo due e voi ne prendete cinque per uno?”.
Scuotono la testa.
Poco dopo, con sconcertante rapidità, il proprietario ritorna con un piatto. Nella luce violenta della saletta, le ambelopoulia sembrano una dozzina di luccicanti stronzi grigio-giallognoli. “Lei è il primo americano a cui li servo”, mi dice il proprietario. “Ho avuto parecchi russi, ma un americano mai”. Ne metto una sul piatto, e il proprietario mi assicura che mangiandola otterrò un effetto equivalente a due pillole di Viagra.

Quando restiamo di nuovo soli, il mio campo visivo si riduce a pochi centimetri, come quando sezionai una rana durante la lezione di biologia di prima superiore. Mi costringo a mangiare i muscoli del petto grossi come due mandorle, che costituiscono la sola carne di tutto il piatto; il resto è cartilagine unta, interiora e minuscoli ossicini. Non riesco a capire se il sapore amaro della carne sia reale oppure un prodotto dell’emozione, l’incantesimo della capinera uccisa.
Takis e Demetrios stanno spazzando via in fretta i loro otto uccelli, succhiando le ossa e dicendo che l’ambelopoulia è un piatto molto migliore di quanto ricordassero, anzi, è proprio buona. Io smembro un altro uccellino e poi, sentendomi un po’ male, avvolgo i due che restano in un tovagliolo di carta e me li infilo in tasca. Il proprietario torna e mi domanda se mi sono piaciuti.
“Mmm!”, rispondo.
“Se non mi avesse chiesto questo piatto”, aggiunge in tono pieno di rammarico, “credo che si sarebbe davvero gustato l’agnello, questa sera”.
Io non rispondo, ma ora, come se fosse soddisfatto dalla mia complicità, l’uomo diventa loquace: “Oggi i ragazzini non mangiano volentieri l’ambelopoulia. Una volta si cominciava da giovani, e ci si abituava al sapore. Il mio bambino può mangiarne dieci per volta”.
Takis e Demetrios si scambiano un’occhiata scettica.
“È un peccato che abbiano proibito questo piatto”, continua il proprietario, “perché era una grande attrazione turistica. Oggi è quasi come il traffico di droga. Una dozzina di uccelli mi costa sessanta euro. Quei maledetti stranieri vengono qui, tirano giù le reti e le distruggono, e noi ci siamo arresi. Un tempo catturare l’ambelopoulia era un modo per guadagnare un po’ di soldi, da queste parti”.
Fuori, ai margini del parcheggio del ristorante, vicino ad alcuni cespugli dove poco fa ho sentito cantare l’ambelopoulia, mi inginocchio e scavo un buco nel terreno con le dita. Il mondo mi sembra particolarmente privo di significato, e la cosa migliore che posso fare per combattere questa sensazione è estrarre i due uccelli morti dal tovagliolo, deporli nel buco e ricoprirli con un po’ di terra. Poi Takis mi accompagna in una taverna vicina, dove alcuni uccelli di medie dimensioni stanno cuocendo sulla griglia all’aperto. È una specie di cabaret dei poveri, e quando ordiniamo le birre al bar, una delle entraineuse, una moldava bionda dalle gambe grosse, avvicina lo sgabello al nostro tavolo.

L’azzurro del Mediterraneo non mi attira più. La trasparenza delle sue acque, tanto apprezzata dai vacanzieri, è la trasparenza di una piscina sterile. Sulle sue spiagge ci sono pochi odori e pochi uccelli, e i suoi fondali saranno presto vuoti. La maggior parte del pesce consumato in Europa viene pescato illegalmente, senza che nessuno faccia domande, nell’oceano a ovest dell’Africa. Guardo l’azzurro e invece di un mare vedo una cartolina, sottile e fragile.

Eppure è stato il Mediterraneo, e in particolare l’Italia, a darci il poeta Ovidio, che nelle Metamorfosi disapprovava il consumo di carne animale, e Leonardo da Vinci, che era vegetariano e immaginava un giorno in cui la vita di un animale sarebbe stata considerata sullo stesso piano di quella di una persona, e san Francesco, che supplicò l’imperatore del Sacro romano impero di spargere il grano sui campi il giorno di Natale per offrire un banchetto alle allodole. Secondo san Francesco l’allodola cappellaccia, che con il piumaggio marrone smorto e la testina crestata ricordava il saio con cappuccio dei suoi frati minori, dei suoi piccoli fratelli, rappresentava un modello per l’ordine da lui fondato: vagava leggera come l’aria, senza mettere da parte nulla, limitandosi a racimolare il cibo necessario per la giornata, senza mai smettere di cantare. Si rivolgeva a lei chiamandola sorella allodola. Una volta, sul ciglio di una strada in Umbria, san Francesco predicò agli uccelli, che secondo la leggenda gli si radunarono intorno in silenzio, lo ascoltarono con l’aria di capire tutto, e poi lo rimproverarono perché quella era la prima volta che si rivolgeva a loro. Un’altra volta, invece, san Francesco voleva predicare agli esseri umani, ma uno stormo di rondini glielo impediva con i suoi garriti, e allora il santo disse, arrabbiato o gentile (le fonti non sono chiare): “Sorelle rondini, avete detto la vostra. Ora tacete e lasciate parlare me”. Secondo la leggenda, le rondini tacquero immediatamente.

Visito il luogo del sermone in compagnia di un frate francescano, Guglielmo Spirito, che è anche un appassionato studioso di Tolkien. “Fin da bambino”, mi racconta Guglielmo, “sapevo che sarei diventato un francescano. La cosa che mi attirava più di tutte, da giovane, era il rapporto di san Francesco con gli animali. Per me la sua lezione è la stessa di quella delle fiabe: l’unione con la natura non è solo desiderabile, ma anche possibile. Il santo è un esempio di integrità riconquistata, di un’integrità che è davvero alla nostra portata”. Non c’è alcuna traccia di integrità nell’edicola che commemora la predica agli uccelli, e che sorge sul ciglio di una strada trafficata di fronte a un distributore Vulcangas. A parte il gracchiare di un paio di cornacchie e il cinguettio delle cince, il rumore principale è il rombo delle auto, dei camion e dei trattori di passaggio. Tornati ad Assisi, però, Guglielmo mi porta a visitare due luoghi francescani decisamente incantevoli. Uno era il Sacro tugurio, l’edificio di pietra grezza dove san Francesco e i suoi primi seguaci vissero in volontaria povertà e crearono una confraternita. L’altra era la minuscola cappella di Santa Maria degli angeli, sulla quale, la notte in cui san Francesco morì, la leggenda narra che le sue sorelle allodole volassero cantando. Entrambe le strutture sono ora completamente racchiuse in chiese di epoca successiva, più grandi e decorate. Un architetto, un italiano pragmatico, ha ritenuto opportuno piantare una grossa colonna di marmo in mezzo al Sacro tugurio.

Nessuno dopo Gesù ha vissuto un’esistenza così fedele all’insegnamento del Vangelo come quella di san Francesco; e san Francesco, libero dal fardello di essere il Messia, fece anche meglio di Gesù, ed estese il Vangelo a tutta la creazione. Ho l’impressione che se gli uccelli selvatici sopravvivranno nell’Europa moderna, lo faranno alla maniera di quei piccoli antichi edifici francescani, nascosti dalle strutture di una Chiesa vanagloriosa e potente: come amate eccezioni alla regola.

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Traduzione di Silvia Pareschi.

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Jonathan Franzen è uno scrittore statunitense che vive a New York. Il suo terzo romanzo, Le correzioni (Einaudi 2002), ha vinto il National Book Award nel 2002. Il suo nuovo romanzo, Libertà, sarà pubblicato in Italia da Einaudi il 15 marzo 2011. Questo articolo è uscito sul New Yorker con il titolo Emptying the skies.

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Internazionale, numero 886, 25 febbraio 2011

   
 
Pubblicato da Piero il 03/12/2010 alle 16:09:12, in anti caccia, letto 2408 volte

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Bilancio del campo antibracconaggio a Brescia 2010

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Cinque settimane contro gli uccellatori delle valli bresciane con I volontari italiani ed europei organizzati dal Comitato contro l’Uccellagione - CABS e che operano in stretta collaborazione col Nucleo Antibracconaggio del Corpo Forestale dello Stato. (10/11/10)

1. Introduzione e risultati

Con la giornata di sabato 6 novembre si è concluso l’annuale campo antibracconaggio del CABS a Brescia, un campo particolare, che ha visto il forte impegno di 67 volontari provenienti da diversi paesi, Italia, Germania e Inghilterra, ma anche provenienti da diverse associazioni, riuniti nello sforzo comune di portare alla luce, denunciare e contrastare il dilagante bracconaggio delle valli bresciane.

Lo definiamo dilagante perché l’illegalità venatoria a Brescia è ancora e sempre la norma, ancora fin troppo protetta dalla complicità della politica provinciale. Di fatto però è vero che grazie alla presenza dei volontari e del N.O.A. alcune forme di bracconaggio si stanno estinguendo, come quella degli archetti.

Le operazioni sono cominciate il 3 ottobre e durate 5 settimane: i volontari hanno perlustrato capillarmente le aree di bracconaggio della Valcamonica, Valtrompia e Valsabbia, da Gussago a Monte Campione e dal lago d’Iseo fino al lago di Garda.

Ogni giorno da 3 a 7 teams sono usciti in perlustrazione intorno ai capanni da caccia, nei boschi o intorno alle case. Alla fine del campo un totale di 3.161 trappole sono state rimosse. Nello specifico:

1.228 archetti,
802 trappoline a scatto “sep”
115 reti
15 trappole “prodine”
1 laccio per ungulati
171 uccelli da richiamo hanno visto di nuovo la libertà.

2. Analisi dei dati

In questo un pettirosso appena mortoQuesti numeri in sè sono relativamente poco elevati, minori comunque di quanto rinvenuto e rimosso nel 2009 (2.159 archetti, 167 reti, 340 sep) e di gran lunga minori dei quasi 13.000 archetti rimossi nel 2001. Ebbene questo è il segno di una vittoria, una fra le più grandi ottenute dal movimento ambientalista sul campo.

Come già annunciato negli anni passati, l’uso degli archetti sta scomparendo a Brescia: questo tipo di trappole particolarmente cruente sono oramai rare nelle valli e retaggio ormai soprattutto di persone anziane che si accaniscono a torturare i pettirossi nonostante la quasi sicurezza di venire prima o poi sorpresi dalla forestale. I mille archetti rinvenuti quest’anno sono stati scoperti dunque in località isolate, mai controllate prima, dove il bracconiere di turno pensava di poter contare sull’impunità grazie all’isolamento territoriale.

Grosse tese di archetti - alcune delle quali anche in mano a veri profesisonisti del bracconaggio - si sono trovate sopra Vaghezza, in Valvestino, a Zone, Brione, Irma, a Lumezzane e in Val d’Opol.

Per le cosiddette “sep” invece il discorso è diverso: queste trappoline sono state viste facilmente in vendita sottobanco nei negozi di caccia e pesca, nelle armerie e uccellerie (in tutti i casi abbiamo avvisato le forze dell’ordine, facilitando non solo la denuncia dei proprietari, ma portando allo smascheramento di alcuni traffici di uccelli da richiamo illegalmente catturati che facevano capo agli stessi negozi). Ne risulta che l’uso del sep come alternativa all’archetto è ormai affermato. I sep vengono piazzati nei giardini, nei cortili, addirittura nei parco giochi, insomma nei pressi delle abitazioni con estrema frequenza. I volontari del CABS si sono concentrati su questa forma di bracconaggio e difatti numerosi siti di cattura con i sep sono spuntati fuori in luoghi inaspettati. Ma non solo: persino in siti tradizionalmente di archetti le sep appaiono a sostituirli. Vi sono bracconieri che piantano un palo nel sentiero come per mettervi sopra l’archetto e invece vi inchiodano sopra il sep. Il sep non è amato solo dal trappolatore tout court, ma anche dai cacciatori: in ben 3 casi i sep erano infatti nel bel mezzo del capanno, fra le bacche e gli uccelli da richiamo.

Non ci stancheremo mai di dirlo abbastanza, ma la caccia e il bracconaggio a Brescia vanno chiaramente a braccetto. Questo connubio è evidente soprattutto per quanto riguarda le reti, continuamente poste in vicinanza dei capanni. Addirittura, in due casi a Pezzoro due capannisti sono stati visti rimuovere in tutta fretta le reti prima di tornare a nascondersi nei capanni, mentre nei pressi di Lumezzane una rete era nuovamente tesa nel mezzo del capanno da caccia. Per questa ragione le reti a Brescia non accennano a diminuire e il numero di quelle rinvenute varia ogni anno fra le 100 e le 170 (si tenga presente che le reti sono estremamente difficili da vedere e il loro rinvenimento richiede una buona dose di fortuna).

3. Casi interessanti

Fra le centinaia di rinvenimenti e operazioni svolte nel 2010, alcune sono di particolare rilevanza:

Roé Volciano: durante un sopralluogo in un negozio di armi, un collaboratore del CABS osserva che i sep vengono venduti sottobanco ai clienti. Viene avvisato il Corpo forestale dello Stato che nei giorni seguenti effettua un sopralluogo. Durante il controllo non solo emergono centinaia di sep pronti per la vendita, ma anche un’ottantina di uccelli da richiamo (crocieri, lucherini, passere mattugie, storni, allodole, fringuelli) senza anello, quindi provenienti da bracconaggio e pronti per essere immessi nell’enorme mercato nero dei richiami.
Roé Volciano: durante un giro nella zona di Villanuova un team del CABS arriva nei pressi di una voliera dove vengono detenuti fringuelli, peppole, nonché tordi e una tordela. Ad un attento esame col binocolo si osserva che molti di questi non presentano anelli alla zampa. Poco distante si scopre anche una rete da uccellagione chiusa in un sacchetto. La proprietà è segnalata alla Forestale che nei giorni successivi effettua il sequestro del materiale. Secondo indiscrezioni si viene a sapere in paese che il verbalizzato è un “allevatore” del FOI, che invece che allevare gli uccelli, li cattura con le reti... la punta di un iceberg...
Serle: durante una passeggiata un volontario della LAC rinviene una rete da uccellagione in un giardino cintato. Dopo un ulteriore esame si scoprono anche dei sep appesi agli alberi. Contattata la forestale di Gavardo, gli agenti intervengono immediatamente, sequestrando nella minuscola proprietà 2 reti, 15 sep e alcuni uccelli protetti detenuti in voliera. In casa appaiono altre reti da uccellagione oltre ad altri sep e una sessantina di pettirossi, capinere e fringuelli surgelati. Non tanto grande è lo stupore quando si scopre che la casa è la dimora del roccolatore ufficiale della Provincia.... bracconiere anche lui.
Bione: nel cimitero del paese i volontari rinvengono e rimuovono un roccolo illegale con 5 reti e 13 richiami vivi (passere scopaiole, lucherini, merli, pettirossi). È il roccoletto illegale più grande rinvenuto negli ultimi anni dal CABS. Gli uccelli da richiamo vengono in massima parte liberati il giorno dopo alle Torbiere d’Iseo, mentre i più malconci sono inviati al Centro di Recupero di Modena.
Un altro roccoletto con 2 reti, alcune trappoline e una decina di richiami è scoperto dai volontari dietro una casa, in un terreno recintato ad Agnosine. Sorpresi dal proprietario, i due volontari tedeschi contattano la Polizia provinciale e rimangono sul posto con le telecamere accese, per evitare che la prova del reato scompaia. Dopo alcune ore si libera una pattuglia che interviene a rimuovere le reti e liberare gli uccelli. Il proprietario della casa viene denunciato per uccellagione.
4. Cacciatori dediti al bracconaggio
Il 2010 è un anno di trionfo per la lotta alle deroghe: dopo 20 anni di prepotenza venatoria finalmente fringuelli e peppole sono stati messi legalmente al riparo dai provvedimenti illegittimi della giunta regionale.

Ciononostante per i piccoli migratori le cose non sono andate molto diversamente. Come ogni anno infatti i volontari non hanno potuto fare a meno di osservare l’abitudinale mattanza di peppole e fringuelli (più pispole e migliarini nella bassa bresciana). I capannisti hanno provato in tutti i modi di cacciare le specie non cacciabili: esponendo comunque i fringuelli di richiamo, tenendoli nascosti ma facendoli cantare in una stanza vicina, utilizzando richiami elettroacustici. Di fatto tutti i capanni visitati avevano al suolo spiumate di peppole e fringuelli, mentre una ventina di esemplari di queste specie sono stati raccolti intorno ai capanni, feriti o morti.

Molti cacciatori hanno addirittura chiamato la Provincia per chiedere quale fosse l’ammenda per abbattere una specie protetta, mentre altri sono stati sentiti gridarsi da capanno a capanno: “Fino a 5 fringuelli paghi solo, da sei è penale”. (In realtà secondo due recenti risoluzioni della Cassazione anche l’abbattimento di un solo fringillide costituisce reato). È facile valutare che a causa dei lassissimi controlli più di un milione fra peppole e fringuelli sono stati comunque abbattuti nelle sole valli bresciane.

5. Guardie venatorie WWF e N.O.A.
Il Nucleo Operativo Antibracconaggio ha svolto brillantemente il suo lavoro ancora una volta. Presente per tutto il mese di ottobre, questo gruppo di forestali, professionisti dell’antibracconaggio, hanno denunciato 119 persone per reati connessi all’uccellagione, sequestrato 34 armi, 726 sep, 1931 archetti, 83 reti, 19 richiami acustici, 889 uccelli morti e hanno liberato 461 uccelli illegalmente detenuti.. La grande efficienza di questo corpo ha dato filo da torcere agli uccellatori bresciani, non a caso infatti l’ANUU (Associazione nazionale uccellatori e uccellinai) ha tentato sulla stampa locale di screditare i forestali, sperando di poter riconquistare negli anni quell’agognato clima di impunità per cacciatori e bracconieri.

Anche le guardie del WWF sono tornate ad essere presenti sul territorio, partecipando al campo antibracconaggio con una decina di collaboratori. Seppure non con gli stessi risultati del 2006, quando venivano denunciati 150 cacciatori in attività di bracconaggio, ciononostante nel 2010 si sono denunciati 26 cacciatori, sequestrando 23 fucili, 21 richiami elettromagnetici, 38 sep, 3 reti, 2 bacchettoni di vischio e più di 100 uccellli fra vivi e morti.

Particolarmente interessante è stata la possibilità che hanno le guardie WWF di scoprire ciò che si cela quotidianamente dietro la pratica venatoria bresciana. In un caso ad esempio le guardie hanno sorpreso in tarda mattinata 5 cacciatori che sparavano da capanno presso uno stagno: al controllo dei carnieri sono spuntati fuori 61 uccelli abbattuti, tutti protetti (soprattutto migliarini di palude, ma anche ballerine e fringuelli). In un altro caso un cacciatore è stato sorpreso mentre controllava la sua rete, situata a poca distanza dal capanno. Arrivati nei pressi di questo, il carniere di mezza giornata è risultato essere 22 pettirossi, 13 fringuelli, 2 lucherini, 1 capinera. Non una specie cacciabile, neanche per sbaglio....

6. Passeri nei supermercati
Nonostante le pressioni di LAC e CABS non vi è ancora nessuna volontà da parte delle forze di polizia di contrarrestare il fenomeno sempre più diffuso della vendita di passeri tunisini nei punti vendita. Ormai anche nelle catene Simply si trovano i passeri surgelati. Eppure c’è una sentenza della Corte di Lussemburgo che dice che sono protette le specie di uccelli europee, anche se appartenenti a popolazioni ubicate al di fuori del territorio dell’UE. In aggiunta vi sarebbe da dire che questi sono comunque bracconati in Tunisia, visto che l’uso di reti e vischio sono altrettanto illegali lì come da noi.

7. Ringraziamenti
Il CABS ci tiene a ringraziare di cuore tutti i partecipanti al campo antibracconaggio, i volontari della LAC che hanno messo a disposizione la loro immensa esperienza sul campo, P.B. e P.C. che ci hanno permesso di arricchire e migliorare le nostre conoscenze del bracconaggio, il C.S.A. di Modena che ha preso in custodia gli uccelli bisognosi di cure, i volontari di Vallevegan, il coordinamento ambientalista bresciano per l’accompagnamento logistico e mediatico, le guardie del WWF per il loro insostituibile impegno e nella speranza che siano ogni giorno più numerosi ed efficaci, infine tutti i volontari inglesi e tedeschi, le guardie toscane e emiliane e quanti hanno dato energia alle operazioni. Grazie!

(Fonte: Comitato contro l'Uccellagione)

 
Pubblicato da Piero il 05/10/2010 alle 13:16:53, in anti caccia, letto 1985 volte

All' inizio di ottobre comincerà il campo antibracconaggio del CABS su Cipro. Saranno 5 volontari italiani a realizzare il lavoro di monitoraggio e contrasto dell'uccellagione sull'isola. Il CABS è presente sull'isola dal 2001, ma fino ad oggi ha realizzato solo campi in primavera. Con il 2010 apriamo la stagione dei campi autunnali: in questo periodo infatti il bracconaggio è estremamente intenso e le catture numerosissime. Compito dei volontari sarà anche quello di registrarne la magnitudine.

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I dati del campo verrano elaborati e un dettagliato dossier sarà inviato alla Commissione Europea nonchè alle autorità cipriote. Le azioni saranno gestite insieme alla nostra associazione partner "Friends of the Earth Cyprus" .

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In questa pagina web vi aggiorneremo sull'andamento delle operazioni.

 
Pubblicato da Piero il 07/05/2010 alle 21:28:47, in anti caccia, letto 10968 volte

CABS Cyprus camp comes to an end - 1,977 limesticks dismantled, 2 poachers apprehended (04.05.10)

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The 2010 CABS spring bird protection camp on Cyprus took place from 24 April until May .
During their 8 day operation the 14 conservationists from Germany, Italy and the United Kingdom, in cooperation with the local authorities, located and removed 1,977 limesticks, 9 mist nets and 12 electronic bird callers. Our information led to the arrest of 2 poachers.

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Until our. final report is ready you can read our online diary and press report about our turbulent operations.

 

Spring camp online diary

The 2010 CABS spring bird protection camp takes place on Cyprus from 24 April to 2 May with 14 activists from Germany, Italy and the UK.

All bird protection operations are financed by CABS. A generous donation by the German Stiftung Pro Artenvielfalt (Foundation for Wildlife Diversity) has greatly assisted with the funding of the Cyprus spring camp.

 

 

Press echoes

The CABS operations and events were reported on both English and Greek language radio and TV stations.

Two interviews with the CABS planning staff were broadcast at prime time on CYBC radio.

Newspaper coverage was extensive - here a selection:

Cyprus Mail, 04. Mai: "We were beaten"

Cyprus Mail, 04. Mai: Bird activists fear for their lives

Famagusta Gazette, 29. April: Limestick trapping widespread in Cyprus- Famagusta District worst

Famagusta Gazette 24th April: International operation against illegal trapping in Cyprus

Cyprus Mail, 23rd April: Bird activists plan to thwart poachers

Cyprus Weekly 23rd April: Bird Patrol

 

Final Cyprus spring camp resultsl
 Limesticks collected: 1,977
 Mist nets collected: 9
 Electronic decoys collected: 12
 Illegal shots heard: 24
 Poachers arrested: 2

Last update: 04.05.2010

 


Tuesday, 04.05.2010

Today was the last day of the CABS spring bird protection camp on Cyprus. In the early morning a further electronic bird lure was found near Avgorou but no nets were in place. Because of the high level of media interest the poacher had probably removed his nets hastily but forgotten to take the still active device.

In the past week we had located 6 limestick installations in fenced-in gardens in the Protaras-Paralimni-Sotira area, visible from outside.
Arranging a visit to them with the local police, the Anti-poaching Squad in Nicosia or the Game Fund proved remarkably difficult. Only today, eight days after the first find, were we allocated support from a Game Fund Patrol. The very committed officers, led by our teams to the gardens, in a short space of time seized a total of 199 limesticks. One poacher was caught red-handed and handed over to the police.

This signals the end of operations. In ten days the 14 participants from Germany, Italy and the UK have located and dismantled a total of 1,977 limesticks, 9 mist nets and 12 illegal electronic bird callers. In addition information provided by us led to the arrest of two poachers by the police.

 

 

Monday, 03.05.2010

Monday was quiet compared to the preceding days. The CABS members injured on 30 April, and still nursing their cuts and bruises, were in action to the west of Agia Napa and found mostly inactive trapping sites. Only 22 limesticks were found.
During the morning more than 300 limesticks and 10 mist nets were handed over to the Paralimni police. The police had authorised the dismantling of the illegal trapping equipment from sites in the Famagusta
District.

 


Sunday, 02.05.2010

The majority of our activists left Cyprus today, with only a small rear party remaining on the island to finish of our research as well as follow developments in respect of the incident of 30 April.

During the night hours an electronic lure at a net trapping near Liopetri was dismantled and removed. During the day the team paid brief visits to the Agios Theodoros and Akrotiri areas but found neither nets nor limesticks.

The newsreader in Cyprus TV commented on the attack on the CABS teams on 30 April as a “disgrace for Cyprus”. Even Radio Vatican carried the story and interview with our spokesperson. The Paralimni police, who are conducting the investigations, have warned the remaining CABS members to beware further attacks. The Committee has accordingly tightened up its security precautions.

 


Saturday, 01.05.2010

Today was overshadowed by the events of the previous day. Several team members were required to make statements to the police about the poachers’ assault and numerous journalists requested information or interviews. During the afternoon and evening all Cypriot radio and TV news channels carried stories on the brutal assault.

Despite the risks of further attacks our teams were of course again deployed on operations. During the night two illegal electronic lure devices were located and destroyed near Sotira and Liopetri. During the day only two teams were deployed in the countryside as team strengths had been increased to 6 members for security reasons. Near Protaras 62 limesticks were located and removed as well as a further 10 near Sotira.

This was the final day of operations on Cyprus for most of our members. A small rearguard will remain on the island for the next few days.

 


Friday, 30.04.2010

Three CABs teams carried out night patrols in the eastern British Sovereign Base Area (SBA) to locate trapping sites with illegal electronic callers. Not far from Xylophagou one team located a device emitting warbler calls in a fenced-in garden. At least two persons were observed at 'work' in the garden. The SBA police were informed immediately and caught one poacher red-handed. 21 limesticks and the bird caller were seized.
During the day 12 activists were again deployed in the countryside to search for limesticks and mist nets. Some 341 limesticks were found and destroyed in the Paralimni and Protaras areas. Due to a marked pick up in migration there were many more birds in the traps today. A total of 43 birds were cleaned up and set free including 8 Collared Flycatchers, 4 Spotted Flycatchers, as well as several Wood Warblers, Blackcaps, Lesser Whitethroats and a Cuckoo. Sadly another 7 birds were found dead including a Thrush Nightingale.
In the afternoon there was a severe incident between Protaras and Paralimni. A group of poachers stoned and physically attacked a CABS team of four accompanied by an American journalist. Two Italian conservationists were badly beaten, their video camera smashed and personal possessions stolen.
We will be issuing a press release on this latter incident on 1 May.

 

Thursday, 29.04.2010

In a night operation near Sotira a CABS team located a trapping site in an acacia plantation with a large net and a calling device.
The loud Blackcap callsled the activists unerringly to the trapping site.
During the day 3 teams were deployed on operations. East of Paralimni, at numerous trapping sites, they found a total of 317 limesticks, 17 of them in bushes behind a taverna.
Between Paralimni and Agia Napa CABS teams dismantled 45 limesticks and discovered two enclosed trapping sites with an unknown number of limesticks. These were left undisturbed for later police operations. On the eay back to their vehicle the Italian CABS members were surrounded and threatened by a group of excited men.
Before the situation could escalate reinforcements arrived and the team were able to leave without further trouble. A rearguard of a German and a British CABS member were shouted at and chased, but they beat a dignified retreat.
A team deployed near Liopetri had little success but suffered verbal abuse from an obvious bird trapper.
CABS press work appears to have been successful in stirring up the poachers, but there have fortunately been no serious incidents as on Malta.

 

Wednesday, 28.04.2010

In the early hours of the morning, guided by the calls of two very loud electronic lures, a team located a mist net installation north of Sotira. The site contained three nets each 30 m in length. The nets, as well as the two lures and five speakers were dismantled.
During daylight hours three teams were deployed. Their members collected and destroyed a total of 386 limesticks. At a single trapping site near Paralimni alone 326 of the illegal traps were found!
Seven shots were heard around dawn east of Paralimni, probably aimed at Turtle Doves, which are migrating in large numbers at present.
Spring hunting has been banned on the island since Cyprus' accession to the EU!

 

Tuesday, 26.04.2010

Another successful day on Cyprus. The 14 participants were deployed in 3 teams. Italian and German activists located 234 limesticks and 4 mist nets in scrubland between Paralimni und Sotira. Electronic lures were installed at three sites - these were also dismantled. Near Protaras a dead Kestrel was found with obvious shotgun injuries. In the meantime CABS teams counted several dozen limesticks in 6 fenced-in private gardens. These were left undisturbed for later police action.
The police have not yet reacted so that the limesticks are still in place. We will continue to press them to take action.

In the evening our acting press officer David Conlin was interviewed on Cyprus radio.

 

Monday, 26.04.2010

Four CABS teams were deployed on operations on Cyprus today. Some 26 limesticks were found to the north of Agia Napa and in the area around Paralimni a total of 233 limesticks were located in some one dozen separate installations. They were all dismantled and destroyed. Further limesticks were seen in fenced-in gardens - these were left undisturbed for raids by the police in due course (More information will be released when operations have taken place).
In the early hours of the morning there was a minor incident near Agia Napa. A trapper hadobserved an Italian CABS member removing his traps and was clearly ready to come to blows. The activist reacted calmly and this led to a de-escalation of the situation.
During the course of the day meetings were held with other local conservationists and it was agreed to cooperate closely. A strategy for conduction coordinated operations with in the British Sovereign Base (SBA) areas was also discussed with senior police officers and civil servants. These will be practised within the wide-ranging Eastern SBA around Dhekelia before the end of the CABS camp.

 


Sunday, 25.04.2010

Three teams were deployed on operations today in bright sunshine and with summer temperatures. A large mist net, some 30 m long, was found and dismantled north of Sotira. In the south-east of the island (location will be revealed after operations are concluded) two trapping installations - including a fenced-in garden - with numerous limesticks were discovered. The installations were left untouched and will be the objectives of police operations.

Six shots were heard to the north-west of Agia Napa around midday, although spring hunting is forbidden on Cyprus. Many trapping installations, where hundreds of limesticks and more than 10 nets were found last year, are abandoned at present.

One of our teams was accompanied by a journalist. He is putting together a programme on CABS`operations on the island for the radio stations Deutsche Welle and Voice of America.

 

Saturday, 24.04.2010

The first 7 camp participants arrived from Germany in the early hours of the morning. In the evening our Italian colleagues, as well as some of the particpants in the parallel Malta camp, flew in to Larnaca airport. The German teams carried out reconnaissance and familiarisation patrols in the afternoon and early evening.

In the night and in the wee hours of Sunday morning CABS teams checked gardens and copses in the Xylophagou and Agia Napa areas and collected 81 limesticks. An electronic lure playing Blackcap calls at the site was also dismantled.

 
Pubblicato da Piero il 02/05/2010 alle 15:31:54, in anti caccia, letto 2219 volte

Two Italian activists taken to hospital for treatment
Press Release 01.05.2010
Paralimni, Cyprus: A team of international bird conservationists from the German-based Committee Against Bird Slaughter (CABS), who had just dismantled 30 limesticks and freed protected migrant species including Blackcap, Nightingale, Collared and Spotted Flycatcher and Wood Warbler, were savagely attacked by four Cypriot men with stones, fists and boots on common land near Paralimni yesterday afternoon.
The CABS members, a mixed Italian, German and British team, had spent the day locating and destroying illegal traps and cleaning the sticky lime from the helpless song birds before releasing them. An American journalist from the respected magazine New Yorker who was accompanying the team had not anticipated being drawn into - in his words: "a war zone".

CABS general secretary Alex Heyd, also part of the team, gave a vivid description of the incident: "Without warning four men drove up in a pick-up and ran towards us throwing stones. Two of the team were thrown to the ground and mercilessly kicked and punched. Our video camera was grabbed, smashed on the ground, and then battered against the temple of a barely conscious Italian bird guard."
Both Italians were robbed of their personal possessions and needed extensive treatment for their injuries.They were released from hospital in the late evening in order to make statements to the police. The other team members escaped with minor bruises and were able to alert the police. The police arrived promptly but the attackers had already fled.

CABS is currently present on Cyprus with a team of 12 conservationists. Their aim is, together with the law enforcement agencies, to combat the trapping of migrant song birds, which end as delicacies on the under the counter menu of many restaurants. Although such bird species are afforded the full protection of European and Cypriot law, they are still trapped with mist nets and lime sticks on a large scale throughout the Republic. The local police are actively pursuing the investigation of the attack against the conservationists and the data on the hard disc of a shattered video camera will be evaluated by laboratory IT experts. "The Paralimni police chief has assured me that his officers will follow a policy of zero tolerance against such criminals" reports CABS civil liaison officer David Conlin, "I am confident that we have established a firm basis for cooperation with the Cyprus police at a local as well as a national level" he concludes.

CABS is committed to a long term presence on the island of Aphrodite - at least as long as the populations of migrant song birds are under threat.

 
Pubblicato da Piero il 18/04/2010 alle 07:59:37, in anti caccia, letto 2235 volte

Domenica 25 aprile, giornata della libertà da tutte le oppressioni, si terra' la prima giornata nazionale dedicata al popolo migratore, iniziativa organizzata dalla Lega Abolizione Caccia per osservare in tutta la loro bellezza tortore, rondini, gruccioni, rigogoli, averle capirosse, le meravigliose specie che ogni anno in primavera sorvolano Ponza, piccolo gioiello naturalistico del Mediterrano. Le isole sono considerare delle soste importanti per gli uccelli migratori che da sempre le utilizzano come tappa sulle rotte per spostarsi dall'Africa verso l'Europa dove arrivano per riprodursi.

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Purtroppo, e lo dimostrano le cronache degli anni passati e le recenti missioni del Corpo Forestale dello Stato, questi voli sono ancora tristemente interrotti da spari e trappole utilizzati da bracconieri senza scrupoli, incuranti delle leggi, dei divieti e seguaci di tradizioni obsolete.

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Da oltre 10 anni grazie alla caparbietà dei volontari della LAC e alla presenza del Nucleo Operativo Antibracconaggio del CFS il volo dei migratori incomincia ad essere sempre più protetto e rispettato, il bracconaggio e' in calo ma gli uccelli corrono ancora rischi.

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Nella speranza che vengano abbandonate del tutto queste assurde tradizioni che fanno solo male all'immagine di Ponza, l'isola più bella delle Pontine, i volontari della LAC il 25 aprile, alle 11 si ritroveranno alla Piana d'Incenso e la presidieranno con binocoli e macchine fotografiche per ammirare la Natura in libertà e per contrapporre i binocoli a trappole, reti e spari, che minacciano la sopravvivenza di stiaccini, tordi, lui' verdi, cutrettole, averle, monachelle e tanti altri.

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L'Altopiano dell'Incenso, il luogo simbolo della lotta per la tutela della fauna, e teatro di tanti episodi di bracconaggio, sarà quindi la zona prescelta per fare osservazioni e per censire gli uccelli che vivi continueranno il loro lungo viaggio verso le aree di riproduzione.

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La assurda tradizione di mangiare i piccoli uccelli o di sparare fuori periodo consentito e' in regressione, ma bisogna tutelare appieno il popolo migratore, quindi troviamoci il 25 aprile nel punto più bello di Ponza, appunto la Piana d' Incenso, bellissimo pianoro dove tortore selvatiche, quaglie, rigogoli, gruccioni devono volare e passare sicuri.
Vi invitiamo a fare osservazioni comunque anche negli altri periodi dell'anno per dimostrare che ci sono tanti modi di fare turismo, tra cui appunto il birdwatching, incrementando l'economia dell'ìsola.
Affittate case ed appartamenti per vacanze, un week end tutta salute!

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Per partecipare non serve prenotare, basta farsi trovare dalle 11,00 fino al primo pomeriggio sulla Piana Incenso, isola di Ponza.
Dai porti di Formia o Anzio partono traghetti ed aliscafi.

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LAC - Via Solari 40
20144 Milano
tel. 0247711806
www.abolizionecaccia.it

 
Pubblicato da Piero il 17/04/2010 alle 12:54:48, in anti caccia, letto 2025 volte

VOGLIONO IMPORCI LA CACCIA TUTTO L'ANNO, DICIAMO NO!

Approvata in commissione agricoltura la norma che permette di estendere la stagione venatoria.

martedi’ 20 aprile sara’ in aula al senato

fermiamola!

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Manifestazioni: lunedi 19 aprile dalle ore 12,00 e martedi 20 aprile dalle ore 9,30, sempre in piazza Montecitorio.

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La Commissione Agricoltura della Camera ha approvato articolo, il 43 della legge Comunitaria, che contiene una pessima norma. E’ il comma 2 lettera b, che permette alle regioni di estendere la stagione di caccia oltre l’attuale limite del 31 gennaio. La stagione venatoria, che già oggi si protrae per cinque mesi arrecando non pochi danni alla natura ma anche danni e disturbi alle persone, potrà dunque essere estesa al delicatissimo mese di febbraio.

Un grave danno agli animali. La caccia nel mese di febbraio ha un impatto molto negativo sugli uccelli migratori che proprio in quei giorni partono per il nord Europa, dove si riprodurranno. Permettere la caccia, anche a poche specie, significa danneggiare gli individui più robusti e importanti per la riproduzione, che sono quelli che partono prima verso il nord, arrecando un danno molto rilevante alla conservazione delle specie e alla natura.

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2010, ANNO DELLA BIODIVERSITA’

Questo, peraltro, avviene nel 2010, che è l’anno mondiale della biodiversità. L’Italia dovrebbe promuovere sempre migliori politiche di tutela della natura. E invece, se il parlamento approvasse definitivamente questa legge, il primo provvedimento del 2010 sarebbe la riduzione delle tutele per la natura e la biodiversità!

Un danno e un serio disturbo alle persone. Ma l’emendamento è grave anche perché va considerato che in Italia, caso quasi unico in Europa, i cacciatori hanno libero accesso nei terreni privati delle persone, senza che queste possano realmente opporsi (salvo realizzare costosissime recinzioni intorno alla proprietà).  Questo arreca grande disturbo e danno alla tranquillità delle persone, che per cinque mesi all’anno (da settembre fino alla fine di gennaio), devono tollerare questo fastidio e anche sopportare i non pochi rischi comportati dalle armi dei cacciatori. Ecco: non basta ancora che questa sorta di “tortura” (tale è per molte persone) duri per cinque mesi all’anno. Se l’emendamento sarà definitivamente approvato, la stagione di caccia sarà ancora più lunga.

Cosa ne pensano gli italiani che vivono in campagna o quelli che passeggiano o vanno in bicicletta per i boschi e i sentieri escursionistici? saranno contenti?

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IGNORATO IL PARERE SCIENTIFICO.

Nella norma è previsto che le regioni, prima di estendere la stagione di caccia, debbano chiedere il parere dell’ISPRA, che è l’autorità scientifica nazionale preposta alla materia. Il punto è che l’ISPRA, sulla caccia a febbraio, ha già dato parere negativo, ricordando quanto sia dannosa per gli uccelli migratori. Dunque, verosimilmente, accadrà che le regioni, su pressione delle lobby venatorie, chiederanno parere all’ISPRA, che sarà quasi certamente negativo e dunque sarà ignorato.

MA LA BATTAGLIA NON E’ PERSA.

L’emendamento è stato approvato in Commissione Agricoltura della Camera ma non è ancora legge.

Martedì 20 aprile si voterà in aula alla Camera.

Bisogna fermare questa brutta norma, farla cancellare dall’articolo 43 della legge Comunitaria.

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PRESIDI: lunedi 19 aprile dalle ore 12,00 e martedi 20 aprile dalle ore 9,30, sempre in piazza Montecitorio

 
Pubblicato da Piero il 18/03/2010 alle 10:57:31, in anti caccia, letto 3442 volte

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Ponza. Volontari LAC e CABS con il supporto del NIPAF identificano bracconieri.

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Nonostante l´inverno non abbia ancora lasciato il centro Italia, sull´isola di Ponza i bracconieri si sono giá attivati con le loro trappoline finalizzate alla cattura dei piccoli uccelli migratori. In un sopralluogo realizzato a metá marzo, i volontari hanno rinvenuto una cinquantina di trappole sistemate fra orti e la gariga mediterranea nella zona intorno alla famigerata Piana d´Incenso. Fra le vittime ritrovate nelle trappole: pettirossi, codirossi spazzacamino e tordi bottacci, giá in migrazione sull´isola.
Fortunatamente i forestali del nucleo NIPAF di Latina si sono attivati con controlli accurati e hanno denunciato un trappolatore di CalaFonte, colto sul fatto, mentre un altro é stato filmato e identificato mentre preparava le trappole e le posizionava. Nella zona di Cala Feola, invece, i volontari hanno rinvenuto e rimosso una rete da uccellagione di otto metri, tesa sulla vegetazione con l´ausilio di pali e tiranti. All´interno si trovavano tordi e pettirossi, ormai morti da alcune settimane.

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"Evidentemente il cacciatore - dichiara un volontario della LAC Lega per l'Abolizione della Caccia e del CABS Committee Against Bird Slaughter - non si era neanche curato di rimuovere la rete una volta superata la stagione di massimo passo".
La LAC annuncia che verranno eseguiti nuovi controlli durante la stagione primaverile a protezione degli uccelli migratori.

 
Pubblicato da Piero il 09/03/2010 alle 09:32:40, in anti caccia, letto 1620 volte

[comunicato stampa, 8/3/2010]

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Caccia/Roma - per la LAC la manifestazione di stamane dei cacciatori oltranzisti è un "patetico tentativo di raschiare il fondo del barile del nostro patrimonio faunistico".

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   La manifestazione di stamane a Roma indetta dalla Confavi, raggruppamento delle più oltranziste piccole sigle venatorie locali, mira ad utilizzare il clima pre-elettorale per reclamare lo stravolgimento dell'attuale legge 157/92 che disciplina la tutela della fauna e la disciplina del'esercizio venatorio in Italia.
  Di fronte al depauperamento del patrimonio faunistico, allo scadimento qualitatito e quantitativo degli ambienti naturali e rurali, l'unica risposta di cui è capace la parte più retriva dell'associazionismo venatorio, quella che colpisce il delicato capitale internazionale dei contingenti migratori, è reclamare più mobilità interregionale delle doppiette, più giorni di caccia, meno regole, meno zone protette, orari più dilatati, sanzioni più basse per i bracconieri e via dicendo.

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  Una politica del segare il ramo su cui si è seduti assolutamente inaccettabile. La Lega per l'Abolizione Caccia, consapevole del maggioritario sentimento di disprezzo degli italiani per pratiche anacronistiche e distruttive, auspica che la Camera torni indietro rispetto alla recente scelta del Senato di consentire alle Regioni - con il ddl "comunitaria 2009"-  la dilatazione della stagione di caccia, senza condizionamenti del peggior stampo elettoralistico.

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Lega Abolizione Caccia, Ufficio Stampa

 
Pubblicato da Piero il 25/01/2010 alle 14:30:55, in anti caccia, letto 2359 volte

Dalle trappole dei bracconieri ai numeri della morte: perchè la scienza e l'animalismo dicono NO ALLA CACCIA

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Sabato 13 febbraio 2010, Carlo Consiglio, Presidente LAC già docente di Zoologia all'Università di Roma La Sapienza, Piero Liberati, delegato LAC e Andrea Attanasio, biologo ed esperto anti-bracconaggio, incontrano i cittadini all'indomani dell'approvazione in Senato della caccia no-limits in Italia

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Tutti i dati relativi ai decessi (uomini, bambini, animali) causati dalla caccia in Italia nel corso del 2009 e i risultati di un recentissimo sondaggio operato in Italia sul gradimento degli italiani alla caccia. Oltre alla presentazione di tutte le trappole (compresa la micidiale trappola esplosiva) utilizzate dai bracconieri per
catturare ed uccidere le prede, piccoli e grandi mammiferi e volatili, e video in cui vengono mostrate le lesioni che i cani riportano durante le battute di caccia estreme cui sono sottoposti e le condizioni di vita che spesso devono sopportare quando sono "a riposo".

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Una conferenza assai cruda ed interattiva quella che SABATO 13 FEBBRAIO alle ore 19 il presidente della Lega Abolizione Caccia, Carlo Consiglio, già docente di zoologia all'Università La Sapienza di Roma,
Piero Liberati, delegato LAC e Andrea Attanasio, biologo ed esperto anti-bracconaggio, condurranno nel Canile Comunale di Roma Muratella nell'ambito dell'iniziativa "Open Muratella 2010".

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Carlo Consiglio e Piero Liberati illustrerano le recenti campagne della LAC dal titolo "Togli la terra ai cacciatori" per difendere i terreni privati dalle incursioni dei cacciatori, e la campagna "Isole sicure" per il monitoraggio di come in isole del Mediterraneo come Ponza, il Giglio, Cipro e Malta, l'utilizzo indiscriminato delle armi da fuoco rischia di sterminare gli uccelli migratori e gli animali selvatici stanziali. Il tutto all'indomani dell'approvazione, in Senato, dell'articolo 38 della Legge Comunitaria che cancella i limiti
della stagione venatoria attualmente contenuti tra il 1 settembre e il 31 gennaio di ogni anno.

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"Open Muratella 2010" è l'ultima iniziativa dell'Associazione Volontari Canile di Porta Portese per tenere aperto il canile comunale di Roma ai cittadini: dal 23 gennaio al 27 marzo 2010, per 10 sabato consecutivi, dalle ore 10 alle ore 22 i cittadini potranno recarsi in canile per adottare cani e gatti, visitare il canile/gattile e farsi raccontare una tipica giornata di lavoro e di volontariato all'interno del più grande canile d'Europa e fermarsi la sera per una conferenza-dibattito con buffet vegetariano.

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Canile Comunale di Roma Muratella, via della Magliana 856, Roma
Per informazioni:
info@iolibero.org, cellulare 333 2065453, www.iolibero.org

 
Pubblicato da Piero il 19/12/2009 alle 13:28:48, in anti caccia, letto 2342 volte

TOGLI LA TERRA AI CACCIATORI

ABOLIZIONE DELL'art.842  DEL CODICE CIVILE

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Scopri come impedire ai cacciatori di entrare nella tua proprietà

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L’eliminazione dell’articolo 842 del Codice Civile, che permette ai soli cacciatori di entrare nella proprietà privata altrui, è un obiettivo “storico” per la LAC, che ha promosso persino un referendum per abrogarlo e, più recentemente, una petizione che sta riscuotendo unanime successo.
L’articolo 842 del Codice civile, commi 1 e 2 recita: “Il proprietario di un fondo non può impedire che vi si entri per l’esercizio della caccia, a meno che il fondo sia chiuso nei modi stabiliti dalla legge sulla caccia o vi siano colture in atto suscettibili di danno. Egli può sempre opporsi a chi non è munito della licenza rilasciata dall’autorità.” La Legge 157/92 per la protezione della fauna selvatica stabilisce il divieto d’ingresso nei fondi, purché questi siano recintati per tutto il loro perimetro con una rete metallica, o un muro, di altezza non inferiore a mt 1.20, oppure delimitati da corsi d’acqua perenni il cui letto deve essere fondo almeno 1.50 mt e largo non meno di 3 metri. In base alle disposizioni della Legge 157/1992 e dell’art. 842 del Codice Civile, risulta così garantita soltanto la proprietà di quei cittadini che possano permettersi costose recinzioni.
Questo stato di cose, che risale all’epoca della legislazione del ventennio, rappresenta una violazione del principio di uguaglianza dei cittadini, sancito dalla Costituzione italiana, che devono godere tutti degli stessi diritti davanti alla legge (art. 3) e che devono vedere assicurato il loro diritto assoluto alla proprietà privata riconosciuta e garantita dalla Costituzione in maniera esclusiva (art. 42). La legge prevede però che il conduttore che desideri escludere il suo fondo dalla programmazione venatoria senza doverlo recintare, possa farlo secondo precise modalità e tempi previsti dalle Regioni di appartenenza: il proprietario o conduttore deve inoltrare, entro 30gg dalla pubblicazione del piano faunistico venatorio, al presidente della propria giunta regionale una richiesta motivata che viene esaminata nel termine di 60 giorni. La Regione demanda solitamente all’autorità provinciale la competenza dei Piani territoriali di caccia, quindi il proprietario o conduttore del fondo che si vuole sottrarre all’attività venatoria deve rivolgere la propria istanza alla Provincia di appartenenza.
Perché la richiesta possa essere accolta essa non deve contrastare con la pianificazione territoriale ai fini venatori, oppure deve rientrare in uno dei casi specificamente individuati con norme regionali. Tra questi casi si considera il contrasto tra l’attività venatoria e l’esigenza di salvaguardia di colture specializzate, siano esse condotte con sistemi sperimentali o a fine di ricerca scientifica, ovvero quando siano motivo di danno ad attività di rilevante interesse economico, sociale o ambientale. Questo iter si rivela complesso e non privo di difficoltà per i proprietari di fondi, e spesso la domanda alla fine viene respinta dalla Provincia con motivazioni che fanno pensare a una eccessiva attenzione alle richieste del mondo venatorio, più che a quello dei proprietari dei terreni. Bisogna considerare i gravi danni causati dall’ingresso di squadre di cacciatori impegnati, ad esempio, in una battuta al cinghiale, dei loro fuoristrada, delle mute del loro cani, per non parlare dell’uso delle armi troppo vicino alle case che costituisce un pericolo reale per persone e animali domestici purtroppo documentato quotidianamente dai giornali. Per tutti questi motivi, la Lega per l’abolizione della caccia ha scelto di rivolgersi direttamente ai proprietari dei terreni e ai loro conduttori che vogliano far valere il proprio sacrosanto diritto a proteggere la loro proprietà privata dai cacciatori, offrendo gratuitamente informazione e assistenza per compilare la domanda di esclusione del fondo dall’attività venatoria, e assistenza legale nel caso sia necessario fare ricorso contro un parere negativo da parte della provincia. Fin qui le premesse.
La LAC, come dicevamo, ha promosso la raccolta di firme per l’abolizione dell’articolo 842 (insieme ad Oipa, LAV ed Enpa), le prime 100.000 delle quali sono già state consegnate in occasione della conferenza stampa di presentazione delle proposte di legge di Donatella Poretti e altri, il 28 ottobre scorso a Roma.
Ma la LAC rilancia la campagna, affidandola ad uno studio grafico pubblicitario di Milano, entusiasta e sinceramente contrario alla caccia, lo Studio di Franco Bellino.

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Ecco come Franco Bellino presenta l’iniziativa:
“Molte cose conosce la volpe; il riccio una sola, ma importante.”
“Su questo misterioso frammento attribuito ad Archiloco (VII secolo a.C.), la LAC ha costruito la propria strategia di comunicazione per il 2008-2009. Un solo obiettivo, però molto importante.
Un solo obiettivo, però concreto, realistico e raggiungibile anche in breve tempo. Poiché l’appello diretto ai cacciatori affinchè rinuncino a cacciare è probabilmente velleitario e sicuramente ininfluente, la LAC ha deciso di togliere il terreno sotto i piedi dei cacciatori. Ha scelto quindi di rivolgersi direttamente ai proprietari dei terreni, i quali per la bizzarria (eufemismo) della legge italiana non sono padroni in casa propria. Un cacciatore può infatti entrare armato in qualsiasi terreno privato, anche se coltivato, e sparare e uccidere. Ma non basta : il proprietario del terreno, del giardino, dei campi coltivati e dei vigneti – o recinta fino all’ultimo centimetro la sua proprietà - oppure, per tenere i cacciatori fuori da casa sua, deve fare domanda scritta alle propria Provincia. Ricevuta la domanda, la Provincia –spesso per motivi di interesse squisitamente intere$$$ato - il più delle volte la respinge. Questo rifiuto è cosi frequente, che la LAC ha deciso di offrire assistenza legale gratuita a quei proprietari che trovano (e ce ne vuole!) il coraggio di respingere da casa propria chi entra per uccidere. “Chi si difende, la LAC lo difende. Gratis”. Un’associazione come la LAC, che ama e protegge tutti gli animali, non poteva però, tornando ad Archiloco, dimenticare la lezione della volpe che “conosce molte cose”. Da qui la decisione di raggiungere quell’unico obiettivo strategico – sottrarre terreno ai cacciatori - percorrendo però molte diverse strade. Ecco allora sulla stampa persone reali, con il loro nome e cognome e indirizzo, che mettono la propria faccia e raccontano la propria esperienza.
In una pletora di ‘testimonial’ strappati al mondo dello spettacolo e dello sport, questi sono invece semplici eroi del quotidiano, donne e uomini veri, protagonisti di una battaglia che combattono per la difesa dei propri diritti, per la protezione di innocenti animali e in fondo anche per il bene di ognuno di noi. Ecco invece che sulla Rete, ma presto anche nei cinema, sulle TV locali e nazionali e forse sui cellulari, prendono la parola altri testimonial: personaggi di risonanza mondiale. Ognuno di questi spot, molti ed ognuno diverso dall’altro e ciascuno di costo vicino a zero, è un efficace esempio di comunicazione interattiva : uno spot creato in diretta dal telespettatore stesso, che si trasforma da spettatore passivo in protagonista e visualizzatore di un messaggio. Da un’unica strategia di comunicazione, nascono perciò per la campagna LAC 2008/09 due diversi linguaggi. Testimonianze reali di persone reali in media che consentono un’argomentazione razionale e il tempo per riflettere : stampa-affissionemail.
Invece parodia di personaggi pubblici e tono auto-ironico per i media (TV-cinema-web-cellulari) nei quali l’approccio è inevitabilmente più superficiale e il messaggio deve possedere anche immediate valenze di spettacolarità e simpatia” Preparate le foto e gli spot, audio e video, abbiamo intanto deciso di far trasmettere le tre imitazioni all’emittente radiofonica Radio Popolare Network, che li ha proposti a rotazione nelle giornate del 29 e 31 ottobre, e 3, 4 e 5 novembre, su scala nazionale. Abbiamo poi chiesto il patrocinio di Pubblicità Progresso che, se accordato, ci permetterà di far pubblicare e trasmettere i messaggi gratuitamente in tutta Italia dalla stampa, e dai media radio televisivi. La diffonderemo poi naturalmente tramite i nostri canali (sito web, “Lo Strillozzo”, liste mail di associati e simpatizzanti, e la inseriremo su YouTube per un’ampia diffusione online. Ognuno avrà l’occasione di aiutare a diffonderla, tutti la potremo proporre e far sentire. Il target al quale la LAC intende rivolgersi è quindi la vasta schiera di proprietari e conduttori di terreni che giornalmente si trovano minacciati dai cacciatori e che non sanno come fare per impedirne l’accesso, ma anche più generalmente l’opinione pubblica nazionale.
Se vogliamo identificare sociologicamente i proprietari in questione, si tratta soprattutto di persone di estrazione cittadina che hanno scelto di vivere in campagna per un proprio desiderio di vita più vicina alla Natura, quindi rispettosi della campagna e degli animali e sensibili all’etica e ai principi della non violenza. Non di meno, la categoria dei proprietari di agriturismi si sente minacciata dall’eccessiva vicinanza dei cacciatori e vede in essi un chiaro detrimento economico alla propria attività in campagna. Importante anche la categoria dei coltivatori di essenze pregiate (quali ad esempio viti, alberi da frutto, erbe officinali, funghi e tartufi), che vedono distrutta la propria produzione dalla quotidiana invasione dei cacciatori.
E’ quindi un chiaro invito ad agire quello che la LAC rivolge a queste persone, a far valere un proprio diritto, grazie all’assistenza che l’associazione mette a disposizione gratuitamente.
Le numerose richieste in tal senso che già sono pervenute alla LAC fanno pensare che questo sia un bisogno sentito e diffuso su tutto il territorio nazionale, di cui vale la pena occuparsi in concreto.

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Affronta disarmata due uomini armati, li mette in fuga... e poi non paga nemmeno l'avvocato che la difende! Leggi la storia di Diana.

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Anche loro hanno deciso di togliere i loro terreni ai cacciatori:
Personaggio 1     Personaggio 2    Personaggio 3

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Se anche tu hai un terreno e lo vuoi vietare alla caccia, contattaci.

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Lega Abolizione Caccia:
EMail:
info@abolizionecaccia.it
www.abolizionecaccia.it

Tel/Fax: 0247711806

 
Pubblicato da Piero il 16/12/2009 alle 23:01:53, in anti caccia, letto 1733 volte
Una quindicina di volontari della Lega per l'Abolizione della Caccia ha condotto la tredicesima campagna anti-bracconaggio nel Cagliaritano ed ha portato alla neutralizzazione di oltre 15 mila trappole. La campagna, svoltasi in costante contatto con il Corpo forestale e di vigilanza ambientale e con il contributo del Gruppo d'Intervento Giuridico, ha visto, come di consueto, la partecipazione di volontari giunti da varie parti d'Italia (Lombardia, Toscana, Liguria, Veneto, Emilia-Romagna, Lazio, Sardegna) e dall'Estero (Paesi Bassi) con l'obiettivo di bonificare quanti più boschi e zone di macchia mediterranea dalle micidiali trappole posizionate dai bracconieri, per aiutare la costante attività nel settore del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale e delle altre Forze di Polizia.
Numerose le aree battute, nei territori comunali di Capoterra, Uta, Assemini, Santadi. Sono state neutralizzati e rimossi n. 90 lacci in acciaio per la cattura di ungulati (cervi sardi e cinghiali), circa 15 mila lacci in nylon e crine per la cattura di avifauna selvatica, utilizzati dai bracconieri per la cattura delle grive. Sono stati anche rinvenuti e liberati alcuni piccoli uccelli (pettirossi, tordi) ed un cinghiale preso al cappio, prontamente liberato.
Il bracconaggio è un'attività illegale e distruttiva del patrimonio ambientale (si stimano n. 120 bracconieri "fissi" + n. 350 "occasionali" nella sola Capoterra). Il giro di affari è di sensibili dimensioni: basti pensare che una sola griva (spiedo di 8 tordi) costa al mercato illegale un centinaio di euro al dettaglio.
Tuttavia fra i principali "fruitori" finali del bracconaggio sembrano proprio essere alcuni noti ristoranti del Cagliaritano nei confronti dei quali appaiono necessarie ispezioni senza preavviso da parte delle Forze dell'ordine. Da non tralasciare il controllo, nel periodo delle festività natalizie, dei mercati pubblici.
Tutte le trappole rinvenute sono state naturalmente consegnate al Corpo forestale e di vigilanza ambientale quali corpi di reato.
La caccia di frodo è, infatti, un reato contravvenzionale punito dalla legge n. 157/1992 e successive modifiche ed integrazioni con sanzioni penali (art. 30) e con sanzioni amministrative (art. 31), nonché dalla legge regionale n. 23/1998 e successive modifiche ed integrazioni (art. 74).
Graziella Zavalloni, coordinatrice della campagna anti-bracconaggio della L.A.C., in proposito ha dichiarato: "anche quest'anno siamo particolarmente soddisfatti dell'aiuto fornito alle Forze dell'ordine che combattono il bracconaggio ogni giorno, tuttavia sono necessari un impegno molto più incisivo nei confronti degli acquirenti e un deciso rafforzamento delle sanzioni: sequestri dei mezzi utilizzati per il bracconaggio, auto comprese, ispezioni in ristoranti e mercati. Il bracconaggio è un vero e proprio danno al patrimonio ambientale, è un vero e proprio furto ai danni di tutti noi".
La L.A.C. conduce campagne anti-bracconaggio nelle zone del Paese dove il fenomeno è più grave: in Sardegna come nelle Valli Bresciane, a Ponza come nelle Valli Venete, nel Bergamasco come sull'Appennino ligure.
 
 
Pubblicato da Piero il 16/12/2009 alle 13:23:03, in anti caccia, letto 1760 volte

Campo anti bracconaggio inverno 2009, foresta di Gutturu Mannu (Sardegna sud-occidentale). Durante un'operazione di bonifica dalle trappole dei bracconieri, viene rinvenuto un cinghiale catturato da un laccio, stretto intorno al collo....

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Pubblicato da Piero il 30/10/2009 alle 15:28:43, in anti caccia, letto 1307 volte

Riepilogo al 25 Ottobre: trappole rimosse 2300, reti rimosse 118.

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Grazie alla presenza sul territorio dei volontari di LAC e Komitee gegen de Vogelmord e degli agenti del Corpo Forestale specializzato contro il bracconaggio, sono stai presi con le mani sui pettirossi oltre una settantina di bracconieri. Centinaia gli archetti, le trappoline (sempre più in aumento) e le reti trovate nascoste tra capanni nei boschi o nelle immediate vicinanze delle case.Inoltre sono stati messi sotto sequestro roccoli abusivi.

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Decine gli animali trovati morti o feriti: i tanto ambiti frosoni visto la nuova legge sulla caccia in deroga agli animali protetti, codibugnoli,fringuelli, peppole, lucherini e persino uno zigolo mucciato. Gli immancabili pettirossi sono le vittime maggiormente catturate da questa spietata tradizione.
Tutti uccellini destinati allo spiedo, o ad essere utilizzati come richiami per la caccia dai capanni, pratica sempre più in aumento nelle valli bresciane.
A causa della scarsa migrazione dei primi giorni del campo il fenomeno sembrava in diminuzione, ma le valli bresciane non si smentiscono e ora la pratica del trappolaggio è più che mai attiva.
Il Corpo Forestale grazie anche alle nostre segnalazioni ha portato a termine fantastiche operazioni, ma a causa della forte diminuzione dei fondi stanziati dal ministero dell'agricoltura, purtroppo i pur bravi agenti del Nucleo Operativo Antibracconaggio sono costretti ad anticipare la chiusura della campagna "Operazione Pettirosso".
Impedimenti all'azione di controllo effettuata dalle guardie delle associazioni ambientaliste, e, ora, l'anticipato rientro delle pattuglie del Nucleo Operativo Antibracconaggio favoriranno un aumento della recrudescenza nei confronti della fauna selvatica.

 
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