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Pubblicato da Piero il 18/12/2009 alle 20:01:30, in disinformazione, letto 558 volte

Riceviamo e diffondiamo queste due analisi-risposte all'articolo pubblicato su Machete n°4

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"Anche se l'articolo La zampata della vita risulta approssimativo e superficiale, assumendo toni provocatori più che critici attraverso l'uso di luoghi comuni,  mi accingo comunque, in maniera non molto difficoltosa ma piuttosto prolissa data la natura boriosa dello stesso, a rispondere.

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Prima risposta a "La zampata della vita".

ALLA ZAMPATA DELLA VITA RISPONDO CON UN COLPO DI CODA

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Nell'articolo menzionato, apparso sul numero 4 di Machete, si contrappone un attivismo radicale in difesa delle creature più deboli all'antispecismo definito come una teoria che incita alla loro sacralizzazione, sostenendo che il primo apre le gabbie e il secondo conforma i cervelli spacciando per etica ciò che è morale . Peccato però che la maggior parte delle rivendicazioni di liberazione animale al loro interno utilizzino spesso la parola antispecimo.  Chi scrive sembra non considerare che aprire le gabbie significa riconosce bisogni e necessità anche agli altri animali, primo fra tutti quello alla libertà, una pratica che supporta una teoria, quella antispecista.

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Certamente in queste righe parlerò come antispecista e non come portavoce di un movimento, parlerò da individuo quale sono e non come membro di una massa.

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L'antispecismo come predisposizione mentale non sostiene l'inviolabilità di altre esistenze ma il semplice superamento delle barriere antropocentriche che pongono l'essere umano al centro di un universo in cui gli altri esseri viventi sono solo risorse da sfruttare fino all'esaurimento, In questo quadro generale tutti gli Stati e le varie istituzioni sono contraddistinti da una filosofia specista, L'antispesicmo diviene allora una visione del mondo  in cui l'umano è una forma di vita tra le altre forme di vita, un animale tra gli altri animali che non dovrebbero essere considerati come macchine, proprietà o risorse la cui ragione di esistenza è il consumo umano.
Qui non c'è il rispetto di OGNI Vita, come tende a sottolineare l'articolo, ma di quelle vite deboli sottoposte al dominio umano, di quegli schiavi silenziosi   nascosti dietro muri, non solo di cemento, ma di ignoranza. Un'ignoranza politica che non assolutizza l'unica parola assoluta, libertà, ma che la rinchiude dentro gabbie mentali di distinzione di specie “dall'oppressione di alcune specie animali si passa al rapporto che si deve avere con ogni specie “ come se solo alcune classi di animali fossero sottoposte al dominio umano. Relativizzare ancora una volta.
Continuando la lettura del testo autori quali Singer e Regan vengono descritti come profeti di una nuova religione mentre sono solo filosofi paragonabili a Bakunin o Kropotkin e cosa assurda si vuole far passare il loro pensiero come il pensiero unico del “movimento antispecista”...sarebbe come dire che tutti gli anarchici sono stirneriani. Scrivere “gli antispecisti alla Singer o alla Regan” è non considerare che ci sono antispecist* che non si riconoscono in questi due autori, insomma è come dire “gli anarchici alla Malatesta o alla Proudhon o vattelapesca” senza riconoscere che ci siano anarchici che non hanno filosofi di riferimento.

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Analisi interessante, che non viene nemmeno sfiorata dall’articolo apparso su questo aperiodico anarchico è  la differenza abissale tra le lotte per l'emancipazione umana e la lotta antispecista: nel primo è lo sfruttato a lottare perché il suo sfruttamento termini, nel secondo è una parte degli oppressori che combatte l’oppressione di cui, facendo parte della specie dominante, sono portatori.
E’ assurdo pensare che gli altri animali sottoposti al dominio umano possano, in qualche modo, sovvertire il sistema di cui sono vittime.

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Sostenere che  l'analogia tra razzismo, sessismo, omofobia e specismo, ovvero la supposta superiorità di chi appartiene ad una determinata categoria eletta socialmente, sia un ossessione significa sminuire il loro reale significato e non considerare la gerarchia ahimè esistente tra razze, sessi, generi o specie presente in questo tipo di società. Ciò che si rifiuta è quindi la discriminazione utilizzata per disporre della vita e della libertà di una essere senziente e non la diversità biologica che intercorre ed è per questo che quando  parlo di animali lo faccio da essere umano, perché è ciò che sono, e il mio “interesse”semplicemente si riferisce a esigenze vitali quali la sopravvivenza e la libertà allo stato selvatico e non come si è voluto intendere in senso capitalistico.
Proseguendo si legge “È straziante notare nella stragrande maggioranza delle analisi antispeciste la totale assenza di ogni riferimento culturale” mentre la  lotta contro l'antropocentrismo è pregna di una profonda analisi anti-civilizzazione e l'anarchismo verde trasuda una tensione palpabile verso lo specismo ovvero verso il dominio umano nei confronti del vivente.
Ed è proprio qui l'errore di chi ha scritto, il non ritenere l'antispecismo una lotta contro il dominio non solo intraspecie (umano sull'umano) ma interspecie (di un animale sugli altri animali); il nocciolo non è riconoscere lo sfruttamento umano e/o quello animale, la questione è riconoscere lo sfruttamento. Ineludibile il fatto che il secondo include il primo e non viceversa per il semplice fatto che l'essere umano è un animale e come tale dovrebbe comportarsi, rinunciando ad ogni cosa che abbia compromesso la sua natura selvaggia trasformandolo in un animale addomesticato in nome della civilizzazione.
Di certo non ci si aspetta qualcosa da coloro che ciechi dinnanzi alla sofferenza umana continuano nella riproduzione quotidiana della vita piuttosto si spera che quelli che hanno sentito empaticamente questo sopruso scavino più in profondità per sentire anche le urla più sommesse, le urla dei più deboli tra i deboli: gli animali-non-umani.
È all'interno del contesto sociale che il veganesimo prende forma non come dogma ma come consapevole atto politico di astinenza da una pratica di sfruttamento, come resistenza ad una logica di dominio, come azione quotidiana di rifiuto. Non ci si può arroccare dentro la torre della scelta personale, così facendo si giustifica lo sfruttamento tout court e si annulla il peso politico che ogni azione comporta.
Si sostiene che esista una riga di confine che ognuno traccia ma il nodo fondamentale è che finchè esisterà questo sistema nessuna riga di delimitazione sarà accettabile: il mocassino in finta pelle non deve tacere la coscienza critica ma anzi ampliarla. Non si sta dichiarando che il veganesimo sia la scelta migliore ma solo la meno peggiore in questo scenario  e nemmeno la si vuole proporre come obbligo morale (nessuna lotta antiautoritaria si propone come tale) ma si ricerca il riconoscimento di punti comuni, primo fra tutti la libertà; “[...]stabilire COSA si possa mangiare o COSA non si possa mangiare. È inaccettabile!” io invece trovo inaccettabile che dopo righe e righe di retorica sulla terminologia che si rifà a valori del capitale l* stess* scrittore/ice mercifichi miserabilmente gli altri animali: con quel “cosa” ha trasformato dei soggetti in oggetti.
Consumare la sofferenza è un affare, in tutti i sensi, del nostro modello sociale.
Ciò su cui si basa il veganesimo, come atto politico, è una verità oggettiva (come lo sono tutti i tipi di sfruttamento fisico) che si basa sull'esperienza, una realtà: chiunque può andare in un macello o in un
allevamento e osservare da sé lo sfruttamento e la tortura. Se accettiamo che non esistono verità neppure l'autoritarismo, la gerarchia, il capitalismo, il militarismo lo sono eppure le varie individualità
anarchiche agiscono affinchè queste cessino e a nessuno viene in mente di dire che queste lotte, derivando da fatti oggettivi, siano costrizioni morali.
Nessun atto politico è per natura individuale giacchè il personale è politico. Ogni scelta, per quanto singolare, comporta delle conseguenze ed è di queste che ci si fa carico, è questa la responsabilità dinnanzi a cui si è chiamati a rispondere. Non si può far affidamento alla coscienza personale perchè ci sono persone che non hanno coscienza e allora come fare? Non credo che nanobiologi o lobbysti ne possiedano una; questo non significa conformare le menti ad un delirio collettivo ma semplicemente considerare il peso che ogni azione comporta.
Solo riconoscendo loro lo status di soggetti, e non di oggetti, non ci si comporterà da sfruttatore  e nemmeno ci si renderà complici di siffatte torture. E il mangiar brandelli di una animale in questo preciso contesto storico, politico e culturale non è compiacere le logiche di dominio che trovano negli animali non umani schiavi incapaci di ribellarsi, non per condizione mentale ma fisica? Non è forse su di essi che lo sfruttato diventa a sua volta sfruttatore come per una sorta di rivalsa?
Poi esistono contesti nei quali nutrirsi di un altro animale non comporta una sua sistematica uccisione e reificazione come nel caso delle tribù selvagge le quali rifiutando la civilizzazione non hanno conosciuto il
modello industriale di produzione. Queste realtà non si nutrono di carne quotidianamente e cosa più importante non si conformano ad un modello di allevamento/deportazione ma bensì a quello di caccia/raccolta, come giustamente descritto nel brano e personalmente mi trova d'accordo nel sostenere “Allorché questa industria infame dovesse scomparire, insieme al mondo di cui è espressione, c'è da credere che si ritornerebbe alla caccia” ma se questa industria è infame perchè non rinunciare al nostro ruolo di consumatori?
Il ritornello “Io voglio mangiare quello che mi piace” sarebbe ammissibile in un mondo privo da ogni forma di dominio, un mondo in cui delle gabbie sono rimaste solo le macerie ma dovremmo essere realisti e constatare che è impossibile in questa società rimanere neutrali, che “ogni singolo individuo può cambiare le cose, il modo in cui le cambiamo dipende da noi, perchè la scelta è nostra.” E' il nostro agire quotidiano che permette alla teoria di svestire i panni della retorica per divenire azione, quell'incantevole parola in bocca a tanti anarchici. Il veganesimo non rappresenta altro se non un'azione di libertà in questo mondo di prigioni.
Lo sbaglio che si commette è di considerare la mortificazione dei sensi, la RINUNCIA alla carne, al latte alle uova, al miele etc, che un vegano compie trascurando in maniera evidente  che ciò che si rifiuta è un prodotto derivante dallo sfruttamento, quindi ciò a cui si rinuncia è lo sfruttamento!
Segni lampanti di qualunquismo presenti nell'articolo sono rintracciabili nel “Tanto varrebbe far notare che il fiore strappato appasisce in fretta, ciò denota una sensibilità, la fine di una vita, quindi...” e chi ha mai
sostenuto il contrario, ovvero che le piante non siano anch'esse vita? Non starò a farmi forte del fatto che gli animali sono esseri senzienti che percepiscono il dolore “grazie” alla presenza di un sistema nervoso più
complesso, queste speculazioni scientifiche le lascio a chi non ha argomentazioni migliori. Io dal canto mio ritengo che l'agricoltura e l'allevamento siano i due pilastri fondamentali sui quali si erige la civilizzazione, esempi lampanti di come l'essere umano ha manipolato ciò che lo circonda per interessi (intesi come rapporti di potere) personali, mettendo in pratica appunto un principio antropocentrico: che il mondo gli appartiene.
Fatta questa premessa se il vegano “sostiene” l'agricoltura quale strumento di sopraffazione per controllare cicli al di fuori della sua portata ecco che allora l'onnivoro si avvale di entrambe; è inoltre indubbio che un qualsiasi essere vivente debba nutrirsi per sopravvivere, in questo caso il veganesimo diventa solo la scelta meno peggiore.  Usare come argomentazione la mancanza totale di coerenza, insita in ogni scelta effettuata all'interno di un sistema in cui siamo tutti intercalati quale risultato dei compromessi che ognun* è costretto a fare, per difendere la propria incoerenza mi sembra un atteggiamento mediocre degno del più misero pensiero; a dimostrarlo in maniera ancora più lampante è la testuale frase “Il risultato è che mentre gli onnivori stanno attenti a venire incontro ai principi dei vegani, la maggior parte di loro non fa niente per venire incontro ai gusti degli onnivori.” Non capisco se il significato di questa frase sia da intendere che  i vegani dovrebbero cucinare ciò che “sollazza” i palato dei mangiatori di animali oppressi (e se così fosse non ci sarebbero parole per rispondere a questa ottusità) o se invece si riferisce alla soia e ai suoi derivati (ed in questo caso direi che far conoscere a chi crede che i vegani si nutrano solo di insalate e paste al pomodoro, piatti più complessi non è poi così un male, certamente sostituire cibo spazzatura non vegano con cibo spazzatura vegano non ne migliora la qualità). In questo modo si è passati però dall'antispecismo, come fiolosofia politica, al veganesimo, come sterile regime alimentare, che è sì una sua espressione pratica ma letta nella sua totalità e non smembrata dal resto delle proprie tensioni politiche che porterebbe inevitabilmente a compiacersi per il solo fatto di essere vegani...ma è proprio quest'ultima concezione che l'antispecismo cerca di spronare a livello di coscienza politica, sostenendo che la teoria debba diventare prassi e che il solo fatto di essere vegani non possa bastare per mettere fine allo sfruttamento e al dominio. E' proprio l'inclusione del vivente come soggetto di mercificazione da parte dello Stato e del capitale che rende questa filosofia una lotta a 360 gradi.

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Mi chiedo poi che cosa faccia un animale per conquistarsi il nostro astio, e poi l'antipatia e il suo opposto, la simpatia, non sono concetti morali di riferimento come buono o cattivo? io la gallina la trovo brutta ma non
per questo mi pongo a giudice della sua condanna.
Si legge “Ammesso e non concesso che esistano delle leggi della natura universali perché dovrei supinamente conformarmi ad esse? E se volessi sfidarle?” ma non è quello che da millenni provano a fare sedicenti scienziati, biologi, biotecnologi, etc? Sfidare la natura portandoci al collasso, alla distruzione del pianeta che abitiamo insieme ad altri?

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Un animale umano"

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Seconda risposta a "La zampata della vita".

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LEGGENDO LA ZAMPATA DELLA VITA...

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Leggendo "La zampata della vita", articolo sull'antispecismo apparso su "Machete" di luglio, nel mio piccolo ho ritenuto che potesse essere un ottimo spunto per me (e magari anche per altri individui) per fare i conti con il proprio passato, di militanti animalisti.
In questo senso sono svariati i punti che condivido dell'articolo, e alcuni di essi li ritengo tra i motivi che mi hanno indotto ad allargare (o per certi versi RESTRINGERE) il mio persorso di lotta ad altri ambiti: penso per esempio ad un certo settarismo, o meglio, alla necessità pratica di concentrarsi solo sul tema animalista per riuscire a portare avanti al meglio le varie campagne di lotta.... purtroppo questa necessità porta all'atto pratico, ad un'altra necessità (o è una celta): quella di "snobbare" altri tipi di liberazioni non meno importanti. Oppure penso al veganismo stesso, all'intransigenza con cui viene portato avanti ed escluso chi non fa questa scelta...
Ecco, tutto questo mi faceva sentire in un certo senso "chiuso" nella prospettiva delle lotte animaliste, che pure reputavo (e reputo tuttora) necessarie.
Detto ciò, pur sapendo che gli animalisti con la A maiuscola non hanno nessun bisogno di difese "esterne", tantomeno le mie, vorrei comunque evidenziare alcuni punti dell'articolo che non condivido pienamente: pochi ma importanti...perchè leggendo alcuni passaggi non sono riuscito a non domandarmi a che tipo di società liberata aspirino gli autori.
Sempre che aspirino ad un qualsivoglia modello di società liberata, perchè davvero nell'articolo in quesione si fa a fatica a evincerlo. Loro non si sbilanciano, non ci dicono nulla di loro stessi, delle loro passioni o pulsioni (se non che adorano la pastasciutta), l'unica cosa che ci è dato di capire è che sanno usare molto bene il martello (della critica.....) contro altri compagni.
Ma a parte ciò...gli autori dell'articolo prima dicono che si tratta di seguire le leggi della natura e non della morale vegana...e io fin qui son d'accordo, in quanto ciò significa che se gli animali mangiano altri animali per nutrirsi e sopravvivere, perchè l'uomo non dovrebbe fare altrettanto? (senza torturarli industrialmente ovvio).... Solo che poi gli stessi autori scrivono "perchè non voler sfidare le leggi della natura?", come se aspirassero ad una società diversa da quella dettata appunto dalle leggi naturali (ma non è quello che fa la tecnocrazia attuale?), lasciando capire che una società naturale non sarebbe per forza giusta. E allora? Non sarebbe forse auspicabile una vita senza industrie, cemento, merde in divisa, banche, denaro etc., una società cullata dalle sue leggi naturali, prati verdi, fiumi, paesaggi e armonia fra le varie forme di vita? Cosa significa esattamente andare oltre ciò, se non veder riaffiorare l'incubo di un proto-capitalismo strisciante? Non so se oltre la Natura (anarchica) ci sia dato realmente modo di esistere, secondo me potrebbe essere pericoloso quasi quanto questo sistema di morte che ci opprime quotidianamente cuori e menti.
Nel modello di società che io auspico (e che non ritengo nè utopico nè primitivista) di società gli animali non umani avrebbero un ruolo pari a quello dell'uomo. Per capire perchè forse occorre mettersi nell'ottica che loro già QUI ED ORA riescono a manifestare e a salvare parte dei propri istinti innati dal cancro sociale di cemento e corruzione nel quale ci ritroviamo a vivere. E chi sarà mai l'artefice di questo schifo appena descritto? Ecco, l'articolo non è molto limpido su questo punto: addossando tutta la colpa al capitalismo come ad un'entità astratta, arriva quasi a paventare che come esistono sfruttati e sfruttatori tra gli uomini, esisterebbero anche sfruttati e sfruttatori tra gli animali. Ma diamo i numeri...?!
L'altro aspetto dell'articolo che a mio avviso vale la pena sottolineare, poi, è l'assenza di qualsiasi critica propositiva al suo interno. Anch'io, come già detto, provo insofferenza verso parte di questa filosofia antispecista e verso la piega che ha preso il movimento animalista (sempre + associazionista) in Italia....ma perchè non menzionare anche gli aspetti positivi e liberatori, che oggi ci sono (forse) di meno ma che comunque vengono ancora espressi da alcuni? Penso alle liberazioni, ai sabotaggi, agli anomini Barry Horne odierni, all'Alf e all'Erth che negli USA come in altri paesi del sudamerica o anche meno esotici accompagnano CONCRETAMENTE una critica alle industrie che si rendono protagoniste dello sfruttamento animale e ambientale ad una più vasta e radicale critica dell'intero sistema....
Nonostante i fiumi di parole, secondo me nell'articolo manca proprio questo, e ciò forse impedisce ai più di comprendere la critica in esso contenuta.

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Un compagno

 
Pubblicato da Piero il 29/10/2009 alle 14:10:00, in disinformazione, letto 304 volte


      A Fabio è stato diagnosticato un cancro, sta combattendo la sua personale battaglia contro la malattia e contro un sistema –  che mai come di questi tempi- reprime l'individuo, dimenticandosi delle persone!

      La malattia è ormai in stadio avanzato, quasi terminale, il sistema sanitario nazionale non è in grado di fornirgli l'ausilio necessario. Le uniche speranze per Fabio sono legate ad una cura a base di un farmaco denominato “sunitinib” un inibitore dei recettori del fattore i crescita endoteliale (Sutent http://www.medfocus.it/medicina/show.php?a=12009&l=s&w=sutent&r=Tumore%20a%20cellule%20renali).

      Il farmaco può venire prescritto solo agli iscritti “arruolati” nel registro AIFA (= Agenzia Italiana del Farmaco); senza tale arruolamento il farmaco non viene consegnato a nessuno!

      La domanda presentata al Comitato etico di Perugia è stata rifiutata, poiché viene data la possibilità della cura solo, ed esclusivamente, ai pazienti che presentano maggiori possibilità di vita... Tutto questo non è accettabile i recapiti del comitato (pseudo)etico qualora vogliate scrivergli per esprimere il vostro dissenso sono: E-mail: segreteria@ceasumbria.it Telefono: 0755170199 Indirizzo: via della Rivoluzione, 16 - Ellera di Corciano 06070 Perugia (PG).

      Abbiamo provato a contattare i giornali locali, Corriere dell'Umbria, (Direttore: Anna Mossuto - anna.mossuto@edib.it) ma per il momento non abbiamo avuto riscontro, e il tempo in questo caso è davvero tiranno!

      Un Amico ha fornito informazioni importanti riguardo All'Istituto Europeo di Oncologia di Milano dove lavora un oncologo svizzero molto bravo: Aron Goldhirsch. La visita costa 250 euro e occorrono mesi per ottenere una visita. Il prof. Goldhirsch esercita anche in Svizzera. Potrebbe aiutare Fabio nella prescrizione.
(http://www.ieo.it/areaclinica/cv_ita.asp?uo=DipMed_DipartimentoMedicina&CF=B8B3BBADB1BECBC9BBCDCAA5CECECEBB)


      Come se non bastasse Fabio è caduto vittima del nuovo sistema di repressione messo in moto dal pacchetto sicurezza, per cui gli è stato presentato un foglio di via da Assisi che lo costringe all'obbligo di firma in questura!


Ognuno di noi può  testimoniare solidarietà a: 
Fabio Visetti,

Piazza San Giacomo, 11
06034 Foligno (PG)


Ogni aiuto, anche economico, è importantissimo, chi volesse può  dare il proprio contributo tramite Post-Pay

n°  4023 6005 6495 8975 Intestata a Fabio Visetti

 
Pubblicato da Piero il 14/10/2009 alle 09:21:03, in disinformazione, letto 352 volte

Riceviamo e giriamo questa notizia esprimendo la massima solidarietà, la quale noi, antispecisti romani, per primi abbiamo sempre ricevuto tutte le volte che ci sono stati necessari degli spazi per eventi vegan, dagli occupanti degli spazi liberati della Magliana.

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APPELLO AGLI INTELLETTUALI, ALLA SOCIETA' CIVILE, AI GIORNALISTI LIBERI

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Il 14 settembre scorso nel quartiere Magliana, a Roma, si è consumato il tentativo di sgomberare l’occupazione a scopo abitativo dell’ex-scuola Otto Marzo. Nonostante il consistente spiegamento delle forze dell’ordine (circa 200 carabinieri guidati dal comandante provinciale dell’Arma) l’operazione non è riuscita. A fermarla è bastata la resistenza pacifica ma determinata delle 40 famiglie che abitano nell’ex edificio scolastico.

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Constatato l’insuccesso, i carabinieri hanno tratto in arresto alcuni occupanti: 5 lavoratori precari che non potendosi permettere un affitto a prezzi “romani” hanno avuto il merito di non rassegnarsi a sopravvivere ma di lottare insieme ad altri, spinti dalla necessità materiale di avere una casa e dal desiderio di un diverso abitare. È così che in 2 anni di occupazione gli arrestati insieme ad altri nuclei familiari hanno recuperato uno spazio pubblico abbandonato al degrado restituendolo all’intero quartiere: oggi l’ampio giardino della ex- scuola è uno dei pochi spazi verdi di Magliana, mentre le sue mura ospitano una
scuola di teatro e una palestra popolare tirata su con le fatiche degli occupanti. Un auto-recupero che evidentemente nella capitale fa paura a molti: Roma vive, in effetti, da anni una condizione di emergenza abitativa, nonostante gli appartamenti sfitti sfiorino le 200.000 unità. Una città paradossale: la popolazione non cresce da circa vent’anni ma si continua a costruire senza sosta, mentre il bisogno di casa ha fatto sorgere diverse occupazioni, a scopo abitativo, di stabili pubblici abbandonati.

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Dopo la sentenza del riesame, che ha avuto luogo il 29 settembre scorso, 3
dei 5 arrestati sono ora agli domiciliari, uno di loro invece ha l’obbligo
di firma quotidiana presso il commissariato di P.S., mentre il quinto è
stato liberato dopo 10 giorni di detenzione. Per un sesto occupante, che
si trova all’estero per motivi di lavoro, pende una richiesta di arresto
presso il proprio domicilio.

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Le accuse a loro carico sono state formulate da un unico testimone: un
ex-occupante allontanato dallo stabile perché violento e sessista, che
oggi li accusa di estorsione, violenza privata, nonché di furto di rame e
di corrente elettrica. In particolare quest’uomo, sostiene che i sei
avrebbero preteso in cambio della permanenza nello stabile un “pizzo” di
150 euro mensili per ogni singolo abitante (compresi i minori).
Non è stato ancora possibile per gli avvocati della difesa ascoltare
quest’individuo, né far testimoniare gli altri abitanti della “8 Marzo”
che scagionerebbero gli accusati. Così prima che il riesame deliberasse la
scarcerazione, il Gip ha confermato gli arresti a scopo cautelare benché
non esistesse alcun pericolo di fuga e nonostante l’impianto accusatorio
sia a dir poco fantasioso: com’è possibile, per esempio, che famiglie
numerose come alcune di quelle della “8 marzo” possano pagare una cifra
che complessivamente supererebbe quella di un affitto? Com’è possibile non
tener conto dell’incompatibilità dell’accusa di estorsione con lo stile di
vita e i movimenti di denaro, ampiamente documentati dalla difesa, di 6
precari squattrinati?

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Per quanto riguarda poi il presunto furto di rame, l’accusa sostiene che
gli arrestati avrebbero sventrato l’intero palazzo per ricavarne il
prezioso materiale dall’impianto elettrico il quale però oggi risulta
perfettamente funzionante; ma, nel caso fosse reale tale assurda
imputazione, come sarebbe possibile accusarli anche di furto di
elettricità? Delle due l’una.

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Per quanto riguarda il furto di elettricità bisogna inoltre ricordare che
gli occupanti hanno fatto, più volte, richiesta di regolare allaccio per
poter pagare la corrente di cui usufruiscono. Tale regolarizzazione non
gli è stata però mai accordata.

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A rimarcare l’infondatezza delle accuse si aggiungono le numerose
attestazioni di solidarietà che i 6 hanno ricevuto da tutti i movimenti di
lotta per la casa, dai movimenti studenteschi e universitari, da numerosi
centri sociali e associazioni socio-culturali della città che hanno
organizzato varie iniziative politiche in loro sostegno.

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Per quanto concerne le vicende personali dei 6 occupanti accusati è
necessario evidenziare che uno di loro è in gravi condizioni di salute e
attende da tempo un intervento molto delicato. Nel corso dei 16 giorni di
detenzione gli è stata nei fatti negata la possibilità di una visita
specialistica da parte di un chirurgo oncologo.

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Siamo sgomenti di fronte a una tale sospensione dei diritti civili nel
nostro paese e chiediamo pertanto la fine di qualsiasi restrizione alla
libertà di tutti loro. Allo stesso tempo però, al di là delle decisioni
del Gip e del tribunale del riesame, non possiamo dirci sorpresi
dall’intera vicenda.

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Con questo appello vogliamo, difatti, portare all’attenzione generale
eventi che altrimenti rimarrebbero rubricati nella cronaca locale, per
riannodarli in un discorso politico più ampio che riguarda tanto il
disastro urbanistico della città di Roma quanto le ingiustizie sociali che
si consumano nel paese in cui
viviamo.

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La campagna d’autunno di Alemanno è cominciata, per chi non se ne fosse
accorto, il primo settembre scorso con lo sgombero dell'ex ospedale Regina
Elena.
L’edificio di proprietà dell’università (anch’esso abbandonato al degrado
da diversi anni) in cui dal 2007 avevano trovato una sistemazione circa
300 nuclei familiari. Ciò che è accaduto il 14 settembre, primo giorno di
scuola, a Magliana non è che la prosecuzione di tale campagna. Per i circa
30 bambini che vivono nella Otto Marzo l’anno scolastico è così iniziato
sul tetto dello stabile che li ospita insieme alle loro famiglie. Tema
dell’insolita lezione, il diritto all’abitare. Il metodo d’insegnamento
seguito, invece, è lo stesso degli operai della Insse. All’alba, bambini e
genitori sono stati infatti costretti a rifugiarsi sul tetto dell’edificio
in cui vivono per difendersi dall’operazione di sgombero.

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Nelle ore successive al blitz, il sindaco Gianni Alemanno ha fatto
riferimento, commentando l’operazione, all’esistenza di un “vero e proprio
racket delle occupazioni”, del quale sarebbero vittime “persone costrette
a pagare un affitto e a partecipare a manifestazioni” e altre addirittura
“aggredite e malmenate perché non pagavano questi veri e propri pizzi”.
Una tesi, quella sottoscritta dal primo cittadino capitolino, che fa eco a
quanto più volte sostenuto dal presidente della Commissione Sicurezza del
Comune, Fabrizio Santori. Il quale, del resto, nei giorni scorsi aveva
avuto modo di lanciare i suoi strali contro il blog del comitato
d’occupazione della “Otto Marzo”, definendolo “un canale d’informazione
deviato”.

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In effetti, la libertà d’informazione sembra essere l’altro nodo della
questione esplosa a Magliana.
“Ma nun c’avete ‘na famija pure voi?”, gridava un occupante a un carabiniere
prima che salisse la tensione. “Io sono come un muratore”, rispondeva
l’altro “se il costruttore mi dice che devo fare una casa a forma di
piramide, io la faccio”. Mai paragone fu più calzante: sono difatti Il
Messaggero e Il Tempo, quotidiani dei costruttori Caltagirone e Bonifaci,
ad aver dato risonanza negli ultimi giorni alla campagna dei “si dice” e
dei “pare che” contro l’occupazione. Senza che i giornalisti di queste
testate siano mai venuti a fare un’inchiesta nell’occupazione di questo
quartiere già preda decenni addietro del famigerato sacco di Roma. Gli
unici giornalisti main stream a essere venuti nell’ex scuola a fare
domande e riprese erano stati quelli di Report, (Il Male Comune, puntata
del 31 maggio 2009). Milena Gabanelli aveva spiegato cosa significasse
l’auto-recupero della “Otto Marzo” per le famiglie di Magliana, inserendo
quest’occupazione nella più generale situazione abitativa e urbanistica
romana (questa sì, veramente preoccupante).

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Quest’autunno la trasmissione di Rai Tre sembra abbia avuto non pochi
problemi a ripartire.
Proprio per il giorno degli arresti il comitato d’occupazione aveva
indetto una conferenza stampa per prendersi il diritto di replica alla
campagna diffamatoria del Messaggero e del Tempo. Qualche muratore ha però
costruito una piramide di troppo che ha costretto gli occupanti a
ridiscutere la loro agenda.

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La vicenda di Magliana e gli arresti dei 6 precari, spingono dunque a una
riflessione più ampia sul concetto di libertà di stampa.

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Chi oggi ritiene che la profonda crisi democratica che pervade il paese
riguardi esclusivamente la programmazione dei palinsesti Rai è destinato a
rimanere minoritario. Continuerà, cioè, a restare ostaggio di un populismo
che ha gioco facile nell’alimentare l’idea che esista un’élite
intellettuale e politica ossessionata a tal punto dalla persona del
premier da arrivare a preoccuparsi di quanto accade sotto le sue lenzuola.
Le preoccupazioni, destate da quello che si presenta come l’esito più
recente di una crisi democratica dalle profonde radici storiche, niente
hanno a che vedere con la ripugnanza estetica suscitata dal cattivo gusto
di Berlusconi. Se questo è vero, va in egual modo evidenziato che
l’inquietudine avvertita da molti non
può limitarsi al feroce attacco subito in questi giorni da alcuni quotidiani
nazionali, quali La Repubblica e L’Unità. Lo stretto controllo che il
potere esercita sulla propria rappresentazione è in effetti fortemente
connesso a ciò che si iscrive sulla pelle e nel quotidiano delle persone.
Appare evidente, in tal senso, che vi è da tempo un tentativo di far
sembrare naturali e ineluttabili processi economico -sociali che invece
appartengono alla dimensione dell’agire politico. L’intento è cioè quello
di ridurre questioni collettive come il disagio abitativo, la precarietà e
la riduzione del potere d’acquisto degli stipendi, a problemi che
riguardano il singolo e il suo personale fallimento sociale. Implicazione
non trascurabile di questo discorso, ormai egemone, è che coloro che
tentano di organizzare nei territori lotte su tali temi sono non solo
generici “farabutti”, ma addirittura criminali che attentano all’ordine e
alla sicurezza pubblica.

.

Invitiamo perciò a sottoscrivere questo appello tramite il quale si chiede
che i 5 occupanti vengano immediatamente liberati poiché i fatti
contestati non sussistono, che le accuse, assurde ed infamanti, vengano
ritirate e pubblicamente smentite e, in ultimo, che si faccia piena
chiarezza su quella che è una lotta per il diritto all'abitare che non
può, e non deve, essere ricostruita come una questione di malavita.

.

Per aderire a questo appello mandate una e mail con nome,
cognome e professione, all’indirizzo: occupa@inventati.org

.

Comitato di Occupazione Magliana
CSOA Macchia Rossa

.

Per visionare il video dell'arresto degli occupanti dell'8 Marzo
ecco i link e alcune fonti della notizia:
http://www.youtube.com/watch?v=idYqIAUsFO8
http://www.archive.org/details/MaglianaResiste (versione integrale)

http://occupa.noblogs.org/

 
Pubblicato da mukawama il 14/09/2009 alle 16:58:27, in disinformazione, letto 443 volte

 PANDEMIA DI LUCRO

2000 persone contraggono l’influenza suina e ci si mette la mascherina… 25 milioni di persone con AIDS e non ci si mette il preservativo…Che interessi economici si muovono dietro l’influenza suina? Nel mondo, ogni anno, muoiono milioni di persone, vittime della malaria.. I notiziari di questo non parlano… Nel mondo, ogni anno muoiono due milioni di bambini per diarrea che si potrebbe evitare con un semplice rimedio che costa 25 centesimi.. I notiziari di questo non parlano… Polmonite e molte altre malattie curabili con vaccini economici, provocano la morte di 10 milioni di persone ogni anno. I notiziari di questo non parlano… Ma quando comparve la famosa influenza dei polli… i notiziari mondiali si inondarono di notizie… un’epidemia e più pericolosa di tutte, una pandemia! Non si parlava d’altro, nonostante questa influenza causò la morte di 250 persone in 10 anni… 25 morti l’anno!! L’influenza comune, uccide ogni anno mezzo milione di persone nel mondo. … Mezzo milione contro 25. E quindi perché un così grande scandalo con l’influenza dei polli? Perché dietro questi polli c’era un “grande gallo”. La casa farmaceutica internazionale Roche con il suo famoso Tamiflu, vendette milioni di dosi ai paesi asiatici. Nonostante il vaccino fosse di dubbia efficacia, il governo britannico comprò 14 milioni di dosi a scopo preventivo per la sua popolazione. Con questa influenza, Roche e Relenza, ottennero milioni di dollari di lucro. Prima con i polli, adesso con i suini: e così adesso è iniziata la psicosi dell’inflluenza suina. E tutti i notiziari del mondo parlano di questo. E allora viene da chiedersi: se dietro l’influenza dei polli c’era un grande gallo, non sarà che dietro l’influenza suina ci sia un “grande porco?”. L’impresa nord americana Gilead Sciences ha il brevetto del Tamiflu. Il principale azionista di questa impresa è niente meno che un personaggio sinistro, Donald Rumsfeld, segretario della difesa di Gorge Bush, artefice della guerra contro l’Iraq… Gli azionisti di Roche e Relenza si stanno fregando le mani… felici per la nuova vendita milionaria. La vera pandemia è il guadagno, gli enormi guadagni di questi mercenari della salute… Se l’influenza suina è così terribile come dicono i mezzi di informazione, se l’Organizzazione Mondiale della Salute (diretta dalla cinese Margaret Chan) è tanto preoccupata, perché non dichiara un problema di salute pubblica mondiale e autorizza la produzione farmaci generici per combatterla? DIFFONDI QUESTO MESSAGGIO COME SE SI TRATTASSE DI UN VACCINO, PERCHE’ TUTTI CONOSCANO LA REALTA’ DI QUESTA “PANDEMIA”.

Dr. Carlos Alberto Morales Paita Children’s Hospital pediatra – Lima, Peru

 
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